Processioni e feste patronali

Tradizioni. Discernimento ed evangelizzazione della religiosità popolare

Siamo entrati nel vivo della stagione scandita da feste popolari, che si susseguono in questi mesi tardo primaverili ed estivi: S. Giorgio, S. Isidoro, S. Antonio, S. Pietro… e via a seguire i vari santi patroni. Feste che spesso sono croce e delizia per i parroci, che devono guidare le diverse manifestazioni. Momenti religiosi e contorni festanti di varia natura. Delizia, prima di tutto. Perché è momento bello di condivisione, nei giorni in cui la nostra gente esprime vivo il senso di appartenenza ad una comunità. I rapporti interpersonali nel paese tradizionale erano improntati a legami affettivi e di reciproco riconoscimento e aiuto vicendevole. Ora le relazioni sono molto più affrettate e anonime.

Durante la festa paesana, il Santo venerato raccoglie le persone e le fa riconoscere in una comune devozione. Il parroco condivide, e diventa figura importante, con la sua presenza, la sua parola, la presidenza dei riti religiosi, la fraterna partecipazione all’allegria festosa. È pur vero che la religiosità manifestata e celebrata in queste occasioni non ha la compostezza delle celebrazioni liturgiche proposta dalla Chiesa ufficiale. Le processioni, animate da canti e preghiere, sono anche caratterizzate da rivestimenti folkloristici, costumi tradizionali, cavalli e cavalieri e gioghi di buoi e traccas, un certo chiacchiericcio e chiasso diffuso…

Decisamente non è facile conciliare devozioni e contorni che spesso appesantiscono la manifestazione, che comunque dovrebbe restare religiosa. Si comprende la tentazione del prete di porsi in atteggiamento solo critico e oppositivo, severo, nei confronti di ciò che sfugge al controllo di chi vorrebbe ordine e compostezza. Si può capire anche che un prete preferisca i profumi d’incenso nelle solenni liturgie piuttosto che l’olezzo dei residuati sparsi per la strada da parte dei cavalli e dei buoi che aprono il corteo processionale. Può anche lamentarsi della distrazione che comporta l’attenzione ad evitare di imbattersi con le scarpe in questi elementi fisiologici di per se estranei al linguaggio liturgico. Apparterrà alla prudenza e alla pazienza di un pastore saper governare benevolmente queste componenti. La benevolenza verso il popolo che egli guida gli suggeriranno gli atteggiamenti più opportuni.

Il prete è portatore di un bagaglio teologico ricco, di una formazione attinta a liturgisti autorevoli. E tutto questo servirà anche come criterio di valutazione. Ma poi saprà valutare con equilibrio anche le scorie che si creano intorno alle devozioni popolari. Evangelicamente, buon grano e zizzania crescono insieme. E il Maestro ci suggerisce di non distruggere il buon grano, volendolo purificare da infiltrazioni di erbe estranee. C’è stata nella storia della Chiesa una eresia perniciosa, il catarismo, che pretendeva assoluta purezza spirituale nella vita della Chiesa, scevra da orpelli mondani. Di fatto la fede allo stato puro non si trova espressa neppure negli eremi o nelle comunità monastiche. Forse solo nei tavoli di alcuni teologi e liturgisti accademici. Mi torna in mente un detto di Galileo: – «Il sonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi, ma da chi li sa sonare». E qualcuno prosegue con un sapido commento: «I teologi fanno gli organi, quanto a saperli sonare è un’altra cosa».

Il popolo esprime la propria religiosità a modo suo. Le manifestazioni religiose popolari sono un suo linguaggio. Un sano e attento discernimento sa cogliere fede e adesione al Vangelo anche dentro espressioni folkloristiche e magari perfino paganeggianti. Del resto la Chiesa nella sua storia bimillenaria ha saputo introdurre in feste e ricorrenze decisamente pagane un senso innovativo evangelico, fino ad esprimere i misteri più importanti della fede cristiana. Si pensi solo alla festa del Sol Invictus e la celebrazione del Dio Mitra che è diventata, con l’opera paziente e discreta della Chiesa, la celebrazione del mistero dell’Incarnazione nella festa del Natale il 25 dicembre. Allora appare necessario non mortificare o sopprimere quanto ci appare appesantito da scorie perfino paganeggianti. Ma si deve continuamente evangelizzare, rendere permeati di significato evangelico e cristiano quanto il popolo vive in quei giorni.

Appare saggia l’indicazione della Congregazione per il Culto Divino a proposito della religiosità popolare: “La religiosità popolare non si rapporta necessariamente alla rivelazione cristiana. Ma in molte regioni, esprimendosi in una società impregnata in vario modo di elementi cristiani, dà luogo ad una sorta di “cattolicesimo popolare”, in cui coesistono, più o meno armonicamente, elementi provenienti dal senso religioso della vita, dalla cultura propria di un popolo, dalla rivelazione cristiana”. Papa Francesco ha parlato addirittura di un “locus theologicus” in cui lo Spirito ispira e anima la devozione popolare. La Chiesa, discepola e maestra, si pone allora in ascolto anche di questi linguaggi, non estranei allo Spirito, e ne viene arricchita. E il popolo si sente amato e rispettato e così anche riconciliato con la Chiesa, che diversamente percepisce spesso come estranea e solo istituzionale. Forse non vedrà quella stessa gente, in larga parte, alla Messa della prossima domenica. Ma nel cuore di tante persone forse la devozione commossa ha permesso allo Spirito di prendervi dimora.

L’atteggiamento arcigno e unilateralmente severo non giova alla Chiesa e non fa crescere la fede nel nostro popolo. Ben vengano dunque lo processioni, col simulacro del Santo venerato, e anche i cavalli, i costumi, alabardieri, comparse e figuranti. Tanta gente anche prega, sinceramente. Ed esprime il suo confidente affidamento all’intercessione di quel Santo, cui si rapporta con fede, come ad un di famiglia. Ed il prete, guida della comunità, ama questa sua famiglia. Impara anche lui il linguaggio della sua gente. E condividendo quel linguaggio saprà dire cose che portano ad amare di più Nostro Signore.