Omelia d’amore lunga tre anni

Morgongiori. Alle esequie di don Giovanni Coni commozione e fede

Morgongiori e la diocesi hanno dato l’estremo saluto al parroco don Giovanni Coni, 78 anni, 53 di sacerdozio, con una Concelebrazione presieduta da mons. Roberto Carboni, con al fianco i vescovi Giovanni Dettori, Gian Paolo Zedda e Corrado Melis e numerosi sacerdoti diocesani. Presenti le sorelle Carmela, Ferdinanda che lo ha assistito col cugino Agostino Ardu fino al decesso, Giorgina, Bernardina e Isaura, i nipoti, le autorità civili e militari, fedeli provenienti da Sardara, Pabillonis, Baressa, Pau dove don Coni ha trascorso parte della sua esperienza sacerdotale. L’omelia dell’arcivescovo Carboni ha ben delineato la personalità del sacerdote, nato a Sanluri ma con le radici familiari ad Ales, dove al termine della liturgia funebre la sua salma è stata tumulata, accanto alla tomba degli amati genitori.

La testimonianza del confratello don Marco

L’amico dello sposo esulta di gioia alla sua voce: ora la mia gioia è perfetta.
Molte volte in questi ultimi quindici anni don Coni mi ha chiamato a predicare per le feste principali di Morgongiori, manifestandomi un affetto e una stima sinceri e totalmente disinteressati. Ho avuto il privilegio di poter collaborare con lui in questi ultimi tre mesi, e poi di sostituirlo totalmente, perché dal 10 luglio, giorno del suo 53° anniversario di ordinazione, non ha più avuto la forza di celebrare o concelebrare.

Ho potuto vedere – come chiunque sia venuto a visitarlo – che progressivamente la malattia minava il suo fisico ma non il suo spirito. Ha vissuto con amore questi mesi di sofferenza, senza ostentazione, senza prediche né moralismi, ma con il sorriso, l’accoglienza, la gratitudine e l’ironia che hanno ben conosciuto tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui, ricevendo la Comunione eucaristica e due volte l’Unzione degli Infermi, l’ultima dal Vescovo, sabato. Lunedì, dopo aver fatto la preghiera di preparazione alla morte, gli ho chiesto di dare la benedizione ai suoi familiari, ai presenti nella sua camera e a tutti i parrocchiani: ha sollevato la mano e ha pronunciato, a fatica ma chiaramente, la formula di benedizione.

Ha amato molto le persone a lui affidate, con vero affetto sacerdotale, di chi è interessato cioè non solo al benessere materiale, ma alla salvezza spirituale. Ha voluto bene a grandi e piccoli, privilegiando i malati, i chierichetti e i bambini e ragazzi del catechismo, che nel suo cuore avevano un posto speciale. Ha amato molto il presbiterio, la chiesa diocesana, le famigliari del clero e il suo vescovo: mai l’ho sentito, e credo neanche gli altri confratelli sacerdoti, criticare o usare parole scortesi nei confronti di qualcuno, anzi semmai cercava sempre di sdrammatizzare. Così faceva anche quando si presentavano gli inevitabili attriti e contrasti nella comunità parrocchiale: cercava la pace e l’unità di intenti.

Ha sofferto con amore, prendendo la croce, non subendola, accettando di mostrarsi “debole” di fronte a chi veniva a trovarlo, e sono stati tantissimi, laici e preti: questa è stata la sua più grande omelia: non parole, non esortazioni, non consigli, ma la sua personale partecipazione alle sofferenze di Cristo, la sua lenta e progressiva conformazione a Cristo. È vissuto in povertà quasi monastica, quasi sconcertante. Penso che d’ora in poi tutti abbiamo un debito nei suoi confronti, oltre che per il bene seminato: che questa sua ultima omelia durata tre mesi non vada sprecata, ma che ci aiuti a vivere bene, ad apprezzare quello che davvero conta nella vita, che non sono i beni materiali, ma la carità, la fede e la speranza, doni di Dio.

Grazie don Giovanni, a nome di tutti coloro che ti hanno conosciuto e di tanti a cui hai fatto del bene.