La Santa Sede non improvvisa

La storia. Ricordi pastorali di mons. Pier Giuliano Tiddia arcivescovo emerito di Oristano

Bisogna dirlo chiaramente: il trasferimento, dopo soli tre anni, del vescovo di Ales-Terralba alla guida dell’arcidiocesi di Oristano ha riproposto i fantasmi del passato che appaiono tutte le volte che l’episcopio di Ales rimane vuoto: cioè la possibile unificazione della nostra diocesi alla Chiesa arborense. Un’ombra che ha preso consistenza e si è fatta minacciosa per la prima volta nel 1968. “Quell’anno – dice monsignor Pier Giuliano Tiddia, arcivescovo emerito di Oristano – si parlò di conservare in Sardegna solamente sei diocesi”.

Tolte le tre chiese metropolitane di Cagliari, Sassari e Oristano, Nuoro capoluogo di provincia, le altre sembravano destinate all’unificazione: Alghero e Bosa a Sassari, Lanusei con Nuoro; Ales-Terralba unita a Oristano, Tempio con Ozieri. Iglesias autonoma. Se vale il criterio del numero di abitanti, Ales-Terralba non corre alcun rischio. Sarà così? La gente del Medio Campidano e della Marmilla teme che la santa Sede abbia affidato all’amministratore apostolico il compito di verificare la possibilità dell’unificazione delle diocesi di Oristano e Ales- Terralba.

“L’amministratore apostolico non deve fare rivoluzioni, ma soltanto assicurare il normale funzionamento della diocesi, mettendosi a disposizione dei parroci e del clero perché la vita pastorale delle comunità cristiane prosegua nella normalità”. Monsignor Pier Giuliano Tiddia, arcivescovo emerito di Oristano, esperto di diritto canonico, per due volte nei suoi 44 anni di episcopato ha ricoperto l’incarico di amministratore apostolico. “La prima volta nella diocesi di Lanusei, quando la sede è rimasta vacante dopo il trasferimento di monsignor Salvatore Delogu alla guida della Chiesa di Sulmona, e in attesa dell’arrivo di monsignor Antioco Piseddu. La seconda volta- aggiunge monsignor Tiddia –proprio nella diocesi di Ales-Terralba, in attesa della “staffetta” tra padre Paolo Gibertini e monsignor Antonino Orrù”.

Monsignor Tiddia non conosce il mandato affidato a padre Roberto Carboni. “L’amministratore apostolico per un periodo di tempo guida effettivamente due diocesi, ma tutto ritorna nella normalità quando nella diocesi temporaneamente vacante viene nominato il nuovo vescovo. Anche se per poco tempo, pochi o molti mesi, la salvezza delle anime, l’evangelizzazione, catechesi, servizi pastorali e liturgia saranno per l’amministratore apostolico unica e principale preoccupazione”.

Unificazione o no, solamente ipotizzare Ales-Terralba insieme con Oristano significa costituire la diocesi più grande della Sardegna per numero di parrocchie, ben 142. Cagliari ne conta 133. “Ma la diocesi cagliaritana ha oltre 500 mila abitanti. La Santa Sede conosce bene la realtà delle parrocchie dell’Oristanese, della Marmilla, del Medio Campidano e sa che molte sono di dimensioni ridotte per numero di abitanti”. Una diocesi che si estenderebbe da Arbus, dalle coste, alla montagna, con grandi diversità e discontinuità. “Anche oggi – aggiunge il vescovo emerito – la diocesi di Oristano presenta diverse specificità locali. La zona dove i problemi pastorali e sociali sono simili forse è soltanto quella di Oristano città. A Ghilarza e nei paesi del Guilcer si trovano caratteristiche già diverse da quelle del capoluogo, i paesi più interni costituiscono un’altra isola pastorale. Neppure distanze e viabilità possono essere un ostacolo. Strade, automobili, connessioni informatiche hanno avvicinato di molto le parrocchie. Aspettiamo gli eventi. La Santa Sede non improvvisa ma pondera sempre ogni decisione”.

La riforma delle Diocesi

Una commissione formata da quaranta esperti cinquant’anni fa porta sul tavolo di papa Paolo VI un dossier di quasi tremila pagine con una serie di proposte per ridurre il numero delle 325 diocesi allora esistenti in Italia: circa 120 chiese locali sono dichiarate “tagliabili”. I vescovi lo votano – 169 a favore, 51 sì con riserva, 70 contrari. Non se ne fa niente anche perché il governo italiano di quegli anni fa pressioni perché non venga applicato. Nel 1986 papa Giovanni Paolo II opera la prima sforbiciata: le sedi episcopali italiane passano da 325 a 226. Cioè 99 vengono accorpate a una principale, la città più grande, conservando il nome. Molte le proteste, che non fanno cambiare idea al Papa e alla Conferenza episcopale italiana.

Un decennio di silenzio, poi la CEI, negli ultimi anni di vita di Giovanni Paolo II, tenta un ulteriore ridimensionamento. Viene varata un’altra commissione presieduta da monsignor Agostino Superbo, in quegli anni arcivescovo di Potenza. Nel progetto riorganizzativo – consegnato alla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana nel 2011 – si tenta di tener conto di seminari, cancellerie, sostentamento del clero. Per “non morire” sembra che una diocesi debba avere un numero minimo di 90 mila abitanti. Al di sotto di questa quota l’accorpamento a una diocesi limitrofa sarebbe obbligatorio. Secondo questo criterio sono 36 le diocesi a rischio. La riduzione del numero delle diocesi ridiventa d’attualità il 23 maggio 2013, quando papa Francesco ne sollecita l’attuazione. Nel maggio del 2018 il Sommo Pontefice torna sull’argomento: “Credo sia giunta l’ora di concluderlo – dice il Papa – al più presto”.