La protezione dei minori e adulti vulnerabili: formazione e prevenzione

San Gavino. Nel Centro Pastorale preti e laici a colloquio con il gesuita Satefano Bittasi

Si è svolto giovedì 30 maggio, nel Centro Pastorale di S. Gavino, l’incontro diocesano sulla “Protezione dei minori e adulti vulnerabili” rivolto la mattina ai presbiteri e al pomeriggio ai laici e agli operatori pastorali. Relatore in entrambe le sessioni è stato Padre Stefano Bittasi, 54 anni, gesuita, Biblista, esperto di formazione. Ha operato in Kosovo, in Australia, e Gerusalemme. Padre Bittasi è il segretario esecutivo del CCP, il Centre for Child Protection, legato alla Pontificia Università Gregoriana (PUG e dal 2014 con sede a Roma. La mission del Centro è “la tutela dei bambini e delle persone vulnerabili attraverso la promozione di misure contro l’abuso sessuale e altre forme di abuso, accrescendo la conoscenza e la consapevolezza dell’importanza di tali sforzi per creare un ambiente sano”.

Ha introdotto i due incontri l’Amministratore Apostolico di Ales- Terralba Padre Roberto Carboni, nominato a marzo dalla Conferenza Episcopale Sarda referente regionale per il Servizio Tutela dei Minori. Padre Bittasi ha iniziato la sua relazione mattutina introducendo il Motu Proprio emanato da Papa Francesco, all’indomani del summit vaticano di febbraio sulla protezione dei minori nella Chiesa. Chi sono dunque i soggetti interessati in questa attività di safeguarding caratterizzata da attività di prevenzione, sensibilizzazione e formazione? Nel documento si parla di “tutti i “minori”: ogni persona di età inferiore ai 18 anni o per legge ad essa equiparata, mentre per “persone vulnerabili” si intende ogni persona in stato di infermità, di deficienza fisica o psichica o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa.

Padre Stefano, nell’approfondire il concetto di “vulnerabilità” ha sottolineato che per troppo tempo ultimo ha significato solo “poveri”, trascurando tutta una parte di disagi che attraverso disfunzionali meccanismi di potere non hanno voce nella società: sono quegli ultimi facilmente feribili, deboli, indipendentemente dalla situazione economica, proprio i più amati da Dio, i primi di cui la Chiesa dovrebbe occuparsi. Dopo gli scandali sugli abusi perpetrati da esponenti del clero in varie parti del mondo, questa azione universale e decisa di contrasto si è resa necessaria proprio per prendere posizione contro gli stessi.

Il documento papale pone l’accento sulle vittime; gli abusi causano danni fisici, psicologici e spirituali nei sopravvissuti, creando disorientamento nei fedeli, poca credibilità e fratture nella Chiesa stessa, travolta dagli scandali amplificati dai media che spesso non si occupano della salvaguardia delle vittime pur di attaccare tutta l’Istituzione. È un passo molto importante, un impegno necessario che pone l’accento sulle azioni di contrasto che, come auspica il Papa all’inizio del documento, porteranno alla fine di tali fenomeni, grazie alla conversione continua e profonda dei cuori, con azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa.

Il ruolo privilegiato di ascolto dei parroci permette di captare tutti quei segnali di disagio che attraverso l’osservazione, la comprensione e l’interpretazione possono portare all’avvio di nuova attenzione, specialmente alle vittime, Si tratta di un cambio di paradigma importante, un impegno concreto affinché le vittime si sentano realmente accolte, protette, non giudicate, tutelate. Chi si occupa professionalmente di prevenzione degli abusi sa che il primo ostacolo per le vittime è la paura di non essere creduti, la paura di essere giudicati, di venire esclusi dalla comunità, specialmente nel caso degli abusi perpetrati dal clero.

P. Bittasi ha puntato il dito anche sul potere del ruolo clericale e sul pericolo del clericalismo. Cioè si pensa in primo luogo a proteggere l’istituzione Chiesa, mentre è necessario ridisegnare i confini delle attività dei preti, passare dal mero paternalismo all’esercitare la paternità nelle comunità, promuovere e sensibilizzare sull’argomento, lavorare in rete con le altre agenzie educative, mettersi al servizio degli ultimi e riottenere la fiducia e la credibilità persa.

Nella sessione pomeridiana la sala era gremita di operatori pastorali, laici e rappresentanti vari delle istituzioni, a conferma che l’argomento è molto sentito e chiunque stia a contatto con minori (catechisti, animatori, educatori ecc.) ha il dovere di rapportarsi ad essi in modo consono e, nel momento in cui si rendano conto di segnali di probabile abuso, confrontarsi col proprio parroco e rivolgersi alle autorità diocesane competenti.