Benedizione pasquale delle famiglie: nostre interviste

La risposta su questa pratica tradizionale di alcuni Parroci della nostra Diocesi

In diocesi la tradizionale benedizione pasquale delle famiglie resiste in alcune parrocchie nonostante la non più verde età dei parroci. In altre si battono nuove strade: dalla benedizione del vicinato alla benedizione a richiesta, alle scuse del parroco perché le 86 primavere della sua vita non gli consentono di visitare le famiglie.

Tarcisio Ortu (“San Sebastiano”, Arbus): “Non passerò per la benedizione pasquale delle famiglie, perché le forze fisiche non mi consentono di passare di casa in casa. Appena arrivato ad Arbus nel 2006 avevo reintrodotto questa tradizione, interrotta dai miei predecessori. Poi anch’io ho dovuto fermarmi. Come far arrivare la benedizione alle famiglie? Ho predisposto un’immagine con una preghiera da recitare in casa. In alcune parrocchie è accompagnata da una bottiglietta con acqua benedetta.

Eliseo Lilliu (“Sant’Antonio” di Santadi): “Io faccio la benedizione delle case e delle famiglie. Per la conformazione della parrocchia, formata da molte abitazioni sparse nel territorio, concordo con le famiglie la data della visita. In questo modo sono certo di trovare le persone, quindi di poter parlare con loro, di avviare o confermare il dialogo tra parroco e fedeli. La benedizione delle case è un atto di grande valenza pastorale, che faccio sempre molto volentieri”.

Don Franco Tuveri (“Madonna del Rosario”, Villacidro): “Non passiamo più di casa in casa. Facciamo incontri-benedizione per il vicinato, che si riunisce in una piazzetta, in un luogo frequentato dagli abitanti della zona, si legge un brano significativo del Vangelo, si recita la preghiera dei fedeli con intenzioni destinate alla vita individuale, comunitaria e familiare, poi il sacerdote benedice tutto il quartiere senza entrare in nessuna abitazione, tranne quelle in cui si trovano ammalati impediti. Nella mia parrocchia sono stati individuati venti punti comunitari, dove si riuniscono le persone realmente interessate a questa liturgia, quindi nel rispetto di privacy e scelta religiosa, non sempre garantite quando si bussava indifferentemente a ogni porta, e qualche non credente non apriva la porta o guardava da dietro una tenda. Questa soluzione consente di non alterare, durante il periodo della benedizione delle case, la normale attività parrocchiale”.

Don Francesco Murgia (“San Giovanni Battista”, Lunamatrona): “La benedizione delle case è un sacrificio, ma un’importante occasione per incontrare le persone, le famiglie, portare una parola di conforto a quelle che hanno motivi di sofferenza, di condividere la gioia di altre, di far sentire che la chiesa vive e cammina con la gente. Programmo il mio lavoro con un calendario stradale e dedico due ore al giorno (dalle 17,30, dopo la Messa) alle visite alle case, con la speranza di trovare la famiglia riunita”.

Don Ignazio Orrù (parroco di Pau e Villaverde): “Da quattro anni ho sospeso la benedizione delle case. Un insieme di motivi ha contribuito a questa decisione: non trovare insieme riunita tutta la famiglia, la presenza di qualche Testimone di Geova e l’età: il prossimo luglio compirò 86 anni. Qualche mio confratello mi dice “Ignazio, podèra”, qualche altro “Ignazio, arritirari”. Io ho pregato così il Signore: Se mi tieni in piedi, continuo finchè le forze me lo consentiranno; altrimenti dovrai cercare un altro parroco. Lui mi ha risposto: Troppo faticoso cercarne un altro. Sono ancora qui, e i miei parrocchiani hanno accettato tranquillamente che non passassi più per la benedizione delle famiglie”.

Don Claudio Cera (Parroco di Albagiara ed Escovedu): “Nelle mie due parrocchie i fedeli tengono enormemente a questa tradizione. Per la benedizione pasquale delle famiglie la casa è addobbata a festa: sulle tavole le tovaglie ricamate, sopra i letti le coperte più belle, mobilia tirata a lucido e le cose più belle e preziose in bella vista. In quattro giorni benedico tutte le case. Sono contento di farlo e sono atteso dai parrocchiani, che in questi giorni mi fermano e domandano: E candu passara a benedixi? Ci sarò anche quest’anno”.

Nelle parrocchie più grandi della diocesi i parroci danno inizio alla benedizione pasquale delle famiglie. Taluni sacerdoti non più giovani e privi di collaboratori hanno deciso di rinunciare a una tradizione che risale ai tempi immediatamente successivi al Concilio di Trento. I rappresentanti della Chiesa andavano nelle case e nelle famiglie per sottrarle alle eventuali azioni ereticali o protestanti.

Col passare degli anni quest’azione curativa e preventiva è diventata un’attività pastorale molto apprezzata dai fedeli che l’hanno vista come un segno di particolare attenzione della Chiesa verso la dimensione quotidiana della loro vita, e non pochi come una speciale protezione da possibili nemici. Anche per questo sollecitavano il sacerdote a benedire tutti gli ambienti della casa, anche quelli meno frequentati.

Vero obiettivo dell’attuale benedizione delle famiglie è creare un’occasione per avvicinare e conoscere le comunità familiari del territorio. Oggi il pluralismo religioso, i ritmi di vita e di lavoro, gli orari differenziati tra i componenti di uno stesso nucleo rende questa attività pastorale sempre più complessa anche organizzativamente. La scarsità dei sacerdoti e l’età avanzata di molti di loro ha fatto il resto. Oggi molti parroci hanno abbandonato del tutto questa pratica tradizionale o la ricerca di surrogati di essa.

Mario Girau