Unità Pastorali per comunità cristiane ancor più collaborative

Intervista. Dopo tre anni e mezzo, programmi e speranze per due nuove Chiese

L’istantanea è quella che vien da 8 mesi di Visita Pastorale: una Chiesa con tanto bene già cresciuto e altro ancora in germoglio, ma che ha bisogno di essere aiutata a leggere i segni dei tempi che il Signore ci offre, anche attraverso le difficoltà e le fatiche che si incontrano nel cammino quotidiano delle comunità cristiane, per rispondere con nuovo entusiasmo alla sua missione.

Lei qualche volta si è mostrato preoccupato perché agli sforzi e all’impegno di sacerdoti e laici non corrisponde una adeguata crescita cristiana delle comunità. La Chiesa non sa più parlare agli uomini e alle donne?
Non valuterei la crescita della comunità cristiana con i criteri che si usano per le aziende e le attività commerciali. La Chiesa è di Cristo, che l’affida a noi uomini, ed è intessuta di cammini personali, risposte intime alla Grazia di Dio oltre che di manifestazioni esterne. Detto questo, è certo che la Chiesa oggi deve sforzarsi di rinnovare il suo linguaggio per un annuncio che è sempre lo stesso, ma da dire con voce nuova perché possa essere ascoltato da orecchie diverse rispetto a quelle di 30 anni fa.

In questa indifferenza che cosa incide di più il secolarismo o povertà, situazione sociale ed economica?
Siamo passati da un quadro interpretativo della realtà che si riconosceva nei valori cristiani e anche nei codici relazionali legato alla “narrazione biblica”, ad una pluralità di interpretazioni e visioni del mondo che si offrono oggi con il colore della novità, e forse nella linea di una visione sia religiosa che antropologica più “self made”, che esalta l’individuo e la sua autodeterminazione. La visione cristiana ha invece una dimensione “comunitaria” oltre che quella di relazione personale con Dio, congiunta all’impegno concreto, che è esigente e mette in crisi certo egocentrismo.

I giovani sono pressocché assenti dalle parrocchie. Spopolamento o fuga dei giovani dalla Chiesa? Che cosa fare.
Nei mesi di visita pastorale ho incontrato moltissimi giovani, specialmente delle scuole superiori. Ho ascoltato le loro domande intelligenti e profonde, talvolta anche provocanti e non esenti anche da critica sincera nei confronti delle istituzioni e della Chiesa. Dobbiamo sviluppare un atteggiamento di ascolto profondo, di accompagnamento e condivisione dei giovani, superando vecchi modelli relazionali e di approccio anche da parte della Chiesa (quindi sia le comunità che i preti che i vescovi), per tentare nuovi cammini.

Amministratore Apostolico significa che continuerà ad essere vescovo di Ales- Terralba. Quindi quali interventi, iniziative, strategie per cambiare migliorare la situazione?
Il Papa mi ha chiesto di continuare a servire, amare e ascoltare la Chiesa di Ales- Terralba. È mia intenzione portare a conclusione la Visita pastorale che già mi offre possibilità di leggere in profondità il cammino della comunità cristiane e valutare anche decisioni da prendere per aiutare tale cammino. Lo sforzo di creare le unità pastorali, non solo come risposta a una “emergenza” per la scarsità di clero, ma piuttosto come visione teologica e antropologica, mi pare una prospettiva che favorirà il rinnovamento.

I problemi pastorali della diocesi alerese- terralbese sono comuni, pur con particolarità specifiche, a tutte le diocesi sarde e italiane. I vescovi sardi e italiani in quale direzione intendono muoversi. Quali cammini, ispirati dal Vangelo, vi attendono?
Sebbene non possa dare una risposta in nome degli altri vescovi, nell’ultima Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di maggio si è approfondito il tema della Chiesa missionaria, per elaborare strategie da calare poi in modo capillare nelle comunità cristiane, che favoriscano un rilancio dell’annuncio e della evangelizzazione, coinvolgendo tutti i cristiani, uomini e donne.

A Oristano quali problemi la preoccupano maggiormente: carenza del clero, diffondersi del secolarismo, indifferenza, fuga dei giovani?
La diocesi di Oristano ha problemi similari a quelli delle altre diocesi, quali appunto la carenza del clero, il secolarismo e la fuga dei giovani. Insieme ai presbiteri, ai cristiani laici, alle religiose e ai religiosi, approfondirò con attenzione questi aspetti e le possibili risposte. Un punto su cui insistere sarà quello di rendere più solida la collaborazione tra i presbiteri e tra presbiteri e laici.

Oristano e Ales-Terralba sono state messa dalla Santa Sede tra le diocesi unificabili in un tempo più o meno congruo. Si possono far collaborare le strutture organizzative (uffici amministrativi, tribunali, seminari, commissioni), anche i preti. Ma non si rischia di far perdere identità sia a Oristano sia ad Ales-Terralba?
Mi sembra prematuro e forse solo un esercizio teorico rispondere a questa domanda prima di iniziare attivamente il mio ministero nella Diocesi di Oristano. È una domanda da riprendere tra un anno, per valutare il cammino fatto, le realtà che si vanno manifestando, sia negli aspetti positivi come in quelli problematici; non ultimo, sarebbe necessario chiarirci il concetto di “identità” per muoverci in un terreno di riflessione comune. Già da tempo le nostre diocesi sono chiamate a collaborare tra loro a vari livelli, intensificando e coinvolgendo le comunità cristiane e non solo gli aspetti organizzativi. Credo sia questo il primo obiettivo da perseguire.