Parrocchia, casa comune. Laici non ospiti ma protagonisti

Don Giorgio Lisci: L’UP è la possibilità di capire e vivere che la vita di fede non è fatta solo di Messe e sacramenti, ma è l’impegno a dare un volto concreto a Gesù Cristo

La prossima settimana padrone di casa della visita pastorale sarà don Giorgio Lisci (58 anni appena compiuti), parroco del Sacro Cuore dal 2014. Trentuno anni di sacerdozio, al lavoro quotidiano in parrocchia aggiunge gli impegni di responsabile diocesano della Pastorale della salute e della famiglia e il coordinamento regionale dell’Ufficio pastorale della salute.

La novità portata da padre Roberto Carboni è la centralità data, nella sua visita, all’Unità Pastorale. La parrocchia non rischia di perdere la propria identità?
“L’Unità Pastorale non toglie niente a nessuno, tanto meno cancella l’identità parrocchiale, bensì la rafforza. Quando si va tutti nella stessa direzione e con la stessa pastorale, si ha la possibilità di arricchirsi a vicenda condividendo e mettendo insieme i doni e i carismi che ciascuno porta con sè. Non tutti possiamo fare tutto o pensare di essere esperti in ogni cosa: Mettersi insieme diventa una necessità”.

Quale contributo può dare la comunità cristiana alla crescita sociale della comunità gonnese? “Mi trovo in questa parrocchia e a Gonnos da poco più di 4 anni. Per quel che ho potuto conoscere, la realtà è piuttosto complessa e non può essere spiegata in maniera sintetica. Provo a fare alcune affermazioni: la Chiesa è uno dei punti di riferimento più importanti, prova ne sia la percentuale di frequenza. Le persone hanno fortemente radicate le tradizioni con le quali sono vissute. La “parrocchia” è sempre stata disponibile e vicina ai bisogni delle persone, la comunità è solidale, attenta, oserei dire premurosa verso chi ha dei bisogni. Vive in maniera empatica con tutto ciò che succede. Ricordo solo due iniziative: il chilometro di pane per Amatrice e gli eventi di solidarietà quando il paese è stato colpito dall’incendio”.

Quali sono le maggiori preoccupazioni del parroco don Giorgio Lisci?
“Come parroco possono essere tante le cose che mi preoccupano. Al primo posto metto la situazione in cui versano le famiglie, subito dopo la formazione delle nuove generazioni, la cura dei malati, delle persone anziane e sole. Mi preoccupa la mancanza di lavoro. Vorrei riuscire a far sentire le persone più protagoniste nella loro comunità cristiana. La parrocchia non è del parroco, ma dei parrocchiani: si deve viverla insieme. Quando una persona viene in comunità, deve sentirsi a casa. Non ospite, ma protagonista”.

Come operare per far riacquistare alla famiglia il protagonismo formativo cristiano che oggi forse ha perduto?
“Rispondo con un esempio non mio, fatto da un confratello. Se dovessimo chiedere a un figlio per quale squadra tifa, risponderà nominando quella per cui tiene il padre, perché magari colpito dalla passione con cui suo papà vive l’evento sportivo. Trasferiamolo in sede pastorale: se i genitori vivessero anche la Chiesa e i valori profondi della vita con la stessa emozione tornerebbero ad essere protagonisti non dello sport ma della vita”.

Come operare per evitare che l’Unità Pastorale sia soltanto una struttura organizzativa?
“Pensare che l’Unità Pastorale sia solo una risposta organizzativa alla carenza di clero è molto riduttivo. Si tratta di assumere uno stile diverso di essere Chiesa. Oserei dire che l’UP è la possibilità di passare da una comunità clericale, dove il parroco era e faceva tutto, ad uno stile di comunione e condivisione più vicina alle indicazioni del Concilio Vaticano II. Soprattutto – secondo me – è la possibilità di capire e vivere che la vita di fede non è fatta solo di Messe e sacramenti, ma è l’impegno a dare un volto concreto a Gesù Cristo. È una testimonianza di vita nuova”.

I numeri di Gonnos

La visita pastorale di padre Roberto Carboni si svolge nelle tre parrocchie di Santa Barbara, Sacro Cuore e B.V. di Lourdes, ma è unica alla Chiesa che è in Gonnosfanadiga. È, questo, il primo segnale visibile dell’Unità Pastorale ormai in atto in questo centro abitato formato da 6544 abitanti, dove le frontiere parrocchiali – se mai ci sono state – sono gradatamente cadute perché problemi, situazioni, caratteristiche ormai sono sempre più simili. Le tre comunità hanno un numero di abitanti pressoché identico: poco più di 2000, distribuiti in oltre 2400 famiglie, di cui almeno 2000 vivono in case di loro proprietà. Questo elevato numero di nuclei familiari in rapporto alla popolazione residente rivela la scarsa consistenza di componenti per famiglia. Nel 2016 ben 628 persone vivevano da sole (a Gonnos si registrano 530 vedovi); 595 famiglie erano formate da due componenti, 579 da tre, 500 da 4, solamente 125 famiglie da 5 persone. Un record positivo appartiene a Gonnosfanadiga: è il secondo comune con più di 5.000 con il minor numero di divorziati, in percentuale (1,1%) nella Regione Sardegna. Il primo è Samassi. L’età media dei gonnesi è di anni 46,5 e l’indice di vecchiaia è pari a 223,6, cioè per ogni giovane tra 0-14 anni ci sono più di due over 65. La classe di età più rappresentata è quella che supera 74 anni. Il tasso di mortalità nel 2016 è stato di 9,2 su mille abitanti, più basso rispetto al 2015 (10,8). Il tasso di natalità è pari a 6,2 per mille, il terzo comune del Medio Campidano con più di 5000 abitanti, dopo Serramanna e Guspini, con l’indice più alto. Il titolo di studio più diffuso a Gonnosfanadiga è la licenza media (2469 persone), seguito dal diploma (1346) quasi pari al numero dei licenziati della scuola media (1307); 297 i laureati.