Una Chiesa in cammino

Omelia conclusiva: l’arrivederci di padre Carboni alle parrocchie di San Sebastiano e B.V.M. Regina

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, questa solenne celebrazione Eucaristica chiude la mia visita pastorale alla comunità cristiana di Arbus. Questo non è certo un “addio”ma piuttosto un arrivederci. Avremo ancora modo di poterci incontrare, pregare insieme, condividere, fare comunità così lo abbiamo fatto in questi quindici giorni. La prima parola che affiora alle mie labbra è la gratitudine.

Sono grato a Dio per avermi dato l’occasione di contemplare e conoscere come Egli opera nella storia dell’uomo attraverso il bene che si manifesta spesso senza far rumore, e ci sorprende con la sua lucentezza, come piccole pepite d’oro che brillano di sorpresa in mezzo anche a tanta terra scura. Grazie ai sacerdoti che hanno preparato con cura e dettaglio questa visita: i parroci di S. Sebastiano, Don Tarcisio Ortu e della B.V. Regina, Don Luca Carrogu, e i loro collaboratori, Don Vincenzo Salis e Don Ettore Orrù. Ho potuto apprezzare il loro impegno e la loro attenzione nell’aiutarmi a leggere una realtà complessa, ricca e con tante sfumature come è quella della comunità cristiana di Arbus. Li ringrazio per le attenzioni che hanno avuto in questi giorni nei miei e confronti e verso Don Emmanuele che mi accompagna nella Visita Pastorale.

Riassumo quasi in uno slogan la sintesi delle impressioni che mi lascia questa visita: Una Chiesa in cammino. Questa espressione abbraccia le due comunità parrocchiali, che hanno già avviato una stretta collaborazione fra loro e realizzano il cammino di “Unità Pastorale”. Chiesa in cammino non significa certo una Chiesa perfetta e chiusa in sé stessa; dove tutto funziona senza intoppi o tensioni, dove non esistono malumori e resistenze. Chiesa in cammino descrive piuttosto lo sforzo di ciascuno di rispondere sempre meglio alla chiamata del Signore, anche facendo i conti con la fatica, le lentezze, e a talvolta i peccati che segnano la nostra realtà di credenti. Gesù ci ha salvati, ma siamo sempre bisognosi di riprendere con Lui il cammino di conversione e fedeltà, proprio come i due discepoli di Emmaus, tristi all’inizio ma poi gioiosi nel comunicare la loro esperienza del Risorto.

Ho apprezzato le molteplici attività, frutto dei vari carismi presenti nella comunità: le molte associazioni, le attività dell’oratorio, l’impegno per la catechesi e l’attenzione alle famiglie, la musica e lo sport, senza trascurare la carità e l’attenzione ai più deboli ed emarginati e il prezioso servizio ai carcerati. Mi ha dato allegria visita i bambini e i ragazzi nelle loro scuole. Mi hanno colpito profondamente le persone ammalate che ho avuto modo di visitare. A fianco a del loro dolore ho visto la dedizione dei familiari nell’accogliere e trattare con delicatezza e amore la malattia dei loro cari. Ho visto in tanti piccoli gesti il segno più immediato e tangibile di un amore gratuito.

Avrò tempo nei prossimi giorni di mettere ordine nel mio cuore a tutto ciò che ho ricevuto attraverso le visite, la preghiera con la comunità, i colloqui, l’incontro con i bambini e i ragazzi, con i giovani e i consigli pastorali. Sarà bello far emergere gli aspetti positivi che ci sono già e far notare quelli che potrebbero germogliare e crescere. Vorrei però già da ora lasciare un suggerimento da riprendere a livello del Consiglio pastorale Unitario e poi nei vari gruppi: la necessità di attuare sempre più e meglio la collaborazione e la sinergia fra le due comunità parrocchiali, rendendo ancora più evidente e solida la realtà di Unità Pastorale.

Come ho detto altre volte, non si tratta principalmente di una “tecnica dettata dalla scarsità di forze” quanto di una visione teologica: fare comunità, sentirsi comunità, agire come comunità, superando le divisioni e in campanilismi. Abbiamo bisogno di crescere nell’unica vocazione cristiana, nel sentirci battezzati e parte di un’unica Chiesa, quella di Cristo. Insieme si cammina e ciascuno contribuisce con i propri carismi e doni, le capacità e anche le risorse, a creare quel clima di comunità accogliente e collaborativa. La Chiesa universale e anche la nostra Chiesa Diocesana sempre più si stanno aprendo alla corresponsabilità e collaborazione dei laici. Si tratta di un cammino non facile, che talvolta, bisogna dirlo, trova resistenze sia nel presbiterio sia anche da parte degli stessi laici che faticano a prendere in mano la loro vocazione e dare il loro apporto.

Carissimi fratelli e sorelle, invito tutti – i presbiteri e ciascuno di voi – a sentirsi responsabili della Chiesa, a renderla sempre più comunità di testimonianza del Signore Gesù e luogo di accoglienza. Il Signore ci dice che non dobbiamo trasformare il nostro servizio in un potere. Si tratta, come sappiamo, di una tentazione sempre in agguato che dobbiamo allontanare. Dobbiamo restituire dunque alla nostra comunità cristiana quella bellezza che può attrarre altri. In primo luogo, attirare i nostri giovani, che forse non sempre si sentono accolti, valorizzati, capiti, ascoltati. Attirare quelli che forse si sentono, per tanti motivi, lontani ed hanno bisogno di nuova accoglienza e motivazione per fare comunità. Dare anche la testimonianza di coerenza e comunione tra di noi a coloro che non condividono la nostra fede e fanno altre scelte. Dobbiamo ritrovarci nella comune umanità e nel dialogo sincero e rispettoso.

Cari fratelli e sorelle, riprendiamo con entusiasmo e fiducia il cammino. Ringraziamo il Signore per le tante cose buone e positive che già vi sono nella comunità e con umiltà e sincerità riconosciamo quelle in cui dobbiamo crescere. Vi assicuro la mia preghiera e il mio ricordo, insieme alla benedizione di Dio. Ci sostiene e conforta la parola del Signore che ci ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”.