Un Vescovo, ma con due diocesi?

Lettera al direttore

No alle Chiese robot smontabili e ricomponibili a formare, dopo una fusione a freddo, uno strano ibrido pastorale

Caro direttore, ho letto l’intervista rilasciata a L’Arborense settimanale diocesano della nostra diocesi sorella di Oristano da Mons. Emil Paul Tscherrig, Nunzio Apostolico in Italia. Non dice cose nuove, purtroppo, ma ribadisce quanto già si paventava nei riguardi della nostra Chiesa diocesana. Dopo questo periodo intermedio di “avvicinamento” alla arcidiocesi di Oristano, si profila l’accorpamento. Pare che tutto questo corrisponda all’indirizzo dettato dal Santo Padre. E quando si tratta del Papa, naturalmente e doverosamente, siamo tutti obbedienti con ossequio sincero. Ma questo non ci impedisce e non ci esime dal poter dire la nostra, e dare espressione ai sentimenti dell’animo con cui viviamo questo trapasso. Io, con tanti altri laici e preti, amo la nostra diocesi. L’ho sentita sempre come il grembo che mi ha generato come figlio di Dio, luogo in cui sono cresciuto da cristiano.

Mi sono alimentato al suo seno e, da grande, ho cercato di ricambiare la vita che mi ha trasmesso con l’impegno di servizio quotidiano. Ora mi si dice che questa madre non serve più. Anzi è di impaccio, per la funzionalità dell’organizzazione Chiesa. Mi dispiace per questa mia madre-Chiesa che sia trattata come parte di un’organizzazione, un pezzo nell’ingranaggio organizzativo, che viene superato e sostituito in una nuova struttura, più organica e funzionale all’efficienza. Da persona poco esperta di organigrammi aziendali non so davvero se la nuova struttura unificata che si prospetta verrà incontro all’auspicato risparmio energetico, trattandosi non solo di energie umane ma di persone umane, cresciute dentro una storia ormai millenaria, che ha maturato esperienze, memoria, ricchezza umana e spirituale. Tutto un patrimonio che non si presta facilmente a calcoli utilitaristici e pragmatici.

Stiamo parlando di Chiesa, non di un’azienda. Luogo dove lo Spirito agisce e genera figli a Dio. È difficile spiegare d a persona che ha vissuto, da fedele semplice, una esperienza di comunità cristiana, che ciò che conta è la vicinanza spirituale del Pastore e non la sua presenza visibile e concreta. Si cerca di far passare una decisione ispirata a funzionalità aziendale con vaghe motivazioni spirituali. Ma la Chiesa è corpo vivo, non elemento di un ingranaggio. Anzi, mi pare che ci insegnassero che è Corpo del Cristo vivente e che agisce ancora nelle sue membra. Un corpo vivo non si smembra, per ricomporlo in un corpo nuovo. Ora io ho la sensazione di dover appartenere ad un corpo smembrato e ricomposto in altro. Non è una bella sensazione!

Abbiamo la nostra storia, i nostri carismi, le nostre risorse, le nostre povertà, la povertà della nostra gente. In queste condizioni siamo vissuti come Chiesa. Di questo vorrei si tenesse conto, quando si guarda la carta geografica e si tracciano nuovi confini, quasi si trattasse di un distaccamento dell’azienda delle poste o dell’ENEL. È vero che abbiamo scarsità numerica di preti. E che i preti sono tali per evangelizzare e non per gestire organismi burocratici. E infatti questo possono farlo meglio laici preparati, che non mancano.

Un territorio già povero di suo, non può essere trattato dalla Chiesa come ci trattano i politici: insignificante dal punto di vista produttivo. Spiritualmente la nostra Chiesa ha prodotto tanto anche in ambito sociale, nella nostra povertà, e il territorio ne ha risentito positivamente. Perché mortificare lo Spirito in nome del risparmio di energie? Si fa il parallelo con il criterio che ispira la revisione delle Parrocchie. Ricordo che al nostro recente Sinodo diocesano si è prospettato il metodo delle Unità Pastorali. Ma queste prevedono un sistema di collaborazione, di sinergia, di comunione pastorale e organizzativa, non l’accorpamento (che brutta parola!) o la soppressione delle parrocchie. Ognuna mantiene la sua identità e la sua ricchezza. E si apre a collaborare con altre. Potrebbe essere così per le nostre diocesi in Sardegna.

A me sta bene che condividiamo la guida pastorale del Vescovo. Soprattutto se penso alla possibilità di mantenere questo ministero nella persona del nostro attuale Vescovo Padre Roberto Carboni. Mi sta bene anche “accorpare” certi servizi e organismi energivori, per il fatto che richiedono un impegno organizzativo ed economico notevole. Ma lasciateci la nostra amata diocesi. I preti formano un “corpus” presbiterale che vive in comunione col Vescovo. E tutto il popolo di Dio si sente corpo vivo intorno a loro. Una fusione a freddo di due corpi non forma un corpo nuovo, giovane e vivo, ma un ibrido strano. Valido solo per chi guarda la carta geografica, ma non i volti delle persone che vivono in quel territorio.

Lettera firmata