#LAB 3 – Giovani lontani. Perché se ne vanno?

Fin dall’inizio il gruppo ha avuto chiaro che l’intento non era certo quello di trovare delle soluzioni definite in relazione al fenomeno di progressivo “abbandono” che ormai interessa le nostre comunità cristiane da tanto tempo. E la preoccupazione principale non doveva essere certo quella delle presenze numeriche nelle varie realtà; queste ultime sono tuttavia un campanello d’allarme importante che deve richiamare l’attenzione di chi fa un’esperienza di Chiesa, di chi in primo luogo ha conosciuto la bellezza della presenza di Cristo nella propria esistenza e vorrebbe poterla condividere con altri, specie i giovani continuamente in ricerca di una bellezza che dia senso al vivere. Si è cercato quindi di ragionare sia sulle cause, ma anche sulle carenze di quanto si fa o magari si fa male per i nostri giovani, procedendo quindi con una lettura autocritica. Pertanto, alla domanda Perché se ne vanno? ci si è chiesti anche: Perché dovrebbero restare?
Evitando sterili generalizzazioni, essendo la nostra Chiesa diocesana ricca di valide proposte, ci si è chiesti se effettivamente quanto offriamo ai nostri giovani sia appetibile e all’altezza delle loro aspettative e bisogni. L’aspetto su cui si è in larga parte dibattuto è quello della catechesi, ancora troppo marcatamente scolarizzata, ricca certamente di contenuti ma povera nella sua capacità di saper lasciare qualcosa di significativo ai ragazzi al termine del loro percorso. Nello specifico, una catechesi che punti sempre di più sulla dimensione esperienziale finalizzata all’acquisizione dei valori fondanti della fede cristiana e che i giovani apprezzano e cercano di coltivare, ma di cui troppe volte non trovano un riscontro nelle mura di Chiesa. Il gruppo ha preso spunto per il suo lavoro, oltre che dai numerosi stimoli ricevuti dalla relazione introduttiva tenuta da Padre Moral, anche da alcune considerazioni e giudizi scritti su bigliettini, che una docente di religione ha raccolto nelle sue classi, offrendo al gruppo un filo diretto di collegamento con i primi interessati a questa tematica.
Dalla lettura dei commenti è stato subito chiaro che l’atteggiamento critico, a volte anche molto sprezzante, dei giovani verso la Chiesa è diretto nella quasi totalità verso l’apparato, la cosiddetta gerarchia che compone la Chiesa, percepita sempre di più come chiusa (A. Castegnaro), e incapace di dare delle risposte significative che tocchino il vissuto reale e concreto dei giovani di oggi. Manca una critica, dunque, verso la sostanza, verso il messaggio di verità contenuto nel Vangelo e verso la figura di Gesù. Questo ha portato a considerare che abbiamo di fronte non una generazione di giovani atei e senza valori, ma una generazione di giovani che ripone la propria fede su altri Dei che a volte sono il successo, il denaro e tanto altro, e a questi altri Dei affida e ripone tutte le proprie energie e attenzioni, con il rischio certo di non riuscire a colmare certe sensazioni di vuoto e di non senso. Si potrebbe concludere che i giovani spesso interrompono il loro percorso nella Chiesa perché si sentono troppo poco a casa; perché hanno la sensazione di trovarsi di fronte a maestri pronti a voler dare lezioni di vita e a giudicare situazioni e scelte, piuttosto che persone capaci di ascolto vero e sincero, che si trasformi in accoglienza e comprensione.

Andrea Mura

#LAB 4 – Idee per una progettazione pastorale

Se si dovesse riassumere con due parole quanto fatto nel laboratorio guidato da don Massimo Cabua queste sarebbero senz’altro: condivisione e confronto. Inizialmente i partecipanti a questo laboratorio hanno condiviso idee e riflessioni scaturite dall’ascoltare le parole del relatore. Il verbo ascoltare è sicuramente quello che è risuonato più spesso in questo primo momento di laboratorio.
L’ascolto dei giovani, delle loro necessità, delle loro passioni, desideri e problemi, dei loro linguaggi e modi di vivere dovrebbero essere, infatti, alla base di qualsiasi progetto pastorale che voglia mettere loro come primi destinatari. Lo step successivo è stato quello del domandarsi cosa significhi fare un progetto pastorale. Dal dialogo si è capito che il progetto è il primo passaggio dall’idea alla concretezza, e che quando ad esso aggiungiamo l’aggettivo pastorale significa lo studio di quei percorsi che hanno come unico fine il portare Cristo alle persone e le persone a Cristo.
La realizzazione di un progetto pastorale deve essere caratterizzata da 4 fasi: l’ascolto, l’elaborazione, l’azione e la verifica. Queste fasi devono continuamente entrare in un dinamismo circolare che dalla verifica passa nuovamente all’ascolto per poter elaborare nuovamente e meglio azioni che permettano di raggiungere lo scopo prefissato. Alla fine il proposito che questo stile laboratoriale abbia un seguito nel cammino di confronto e programmazione durante tutto l’anno pastorale, perché il rischio è che l’entusiasmo profuso nella giornata rimanga solo un evento sporadico senza un seguito.

Mattia Porcu

#LAB 5 – L’Oratorio è ancora un’offerta formativa per i ragazzi e i giovani?

Il laboratorio partiva da una domanda stimolante e provocatoria: Oltre una Chiesamuseo: perché non fare della Chiesa un grande “laboratorio di fede”? Siamo partiti da un apprezzamento per la scelta degli organizzatori del convegno di offrire uno spazio di riflessione sull’Oratorio, considerata la crescente sensibilità verso l’esperienza oratoriana anche in ambienti in cui l’oratorio non c’è mai stato. Abbiamo poi cercato di focalizzare il significato dei due termini forniti dal relatore: Chiesa-museo e Chiesala-boratorio/ oratorio, la prima espressione di staticità e immobilismo, depositaria di dogmi e precetti; la seconda espressione di una Chiesa dinamica e fresca, una sorta di laboratorio di fede che trasmette un saper essere-vivere e attiva processi educativi di maturazione decisivi per la crescita nella fede. Chiaramente per realizzare una Chiesa-laboratorio sono necessarie alcune condizioni fondamentali:
· Buona capacità relazionale con tutte le fasce di età per creare un ascolto attivo e un confronto sereno e vero.
· Autenticità e testimonianza: i giovani chiedono autenticità, ma a loro non risulta facile viverla. Tuttavia davanti alle incoerenze degli educatori chiudono il dialogo e vivono in “autogestione”.
· Disponibilità ad educar-ci e metterci in discussione: crescere insieme affrontando le sfide della vita quotidiana e collettiva attraverso l’ascolto costante del non-detto (l’invocazione) dei giovani che si manifesta attraverso gesti, stili di vita e linguaggi non verbali.
· Approccio e stile educativo diverso: non si tratta di rinunciare alla formazione, ma di proporla in modo più stimolante e incisivo per rafforzare la motivazione dei giovani
· Apertura alla PGV diocesana per avere maggiore possibilità di confronto, di stimoli, di risorse… superando quindi la tendenza, tipicamente isolana, di isolarci e chiuderci nei nostri piccoli paesi
· Rispetto del tempo di maturazione di ciascuno nella logica della gradualità che ha alla base una progettualità di vita chiara e forte, anche davanti a cedimenti e passi indietro
· Disponibilità e umiltà per acquisire competenze specifiche in ambito pastorale e avere strumenti adeguati da investire nella formazione umana e cristiana dei ragazzi: sentirsi arrivati è un brutto pericolo!
· Sguardo positivo e fiducioso verso i cambiamenti culturali in atto che determinano spesso stili di vita giovanile che chiedono accoglienza, non giudizio!
La riflessione del gruppo, arricchita da esperienze diverse, ci fa ben sperare che l’oratorio sia uno spazio sempre nuovo e privilegiato di maturazione per i giovani presenti che, a catena, sappiano contagiare altri.

Sr. Ines Perra fma