Un antivirus contro la solitudine

Mons. Angelo Becciu, principale collaboratore di Papa Francesco, alla manifestazione di Ozieri

La pace è un cammino: spesso in salita, dove il traguardo non è mai a portata di mano, dove servono costanza e pazienza; un cammino, soprattutto, che non si può fare da soli. Vedervi insieme è allora un segno di pace, un antivirus contro un male del nostro tempo: la solitudine, che intacca specialmente le giovani generazioni. La solitudine isola, astrae, induce a confinare la realtà sullo schermo di un PC, riducendo così i volti a foto, i fatti a temi, le persone a numeri, generando sospetto e chiusura.
La vostra marcia, in nome di quella carità cristiana che non si stanca di cercare l’altro, è invece una realtà di comunione, che azzera paure e distanze virtuali. Nel vostro camminare per il vostro desiderio di andare controcorrente. (Camminando, avrete forse realizzato di andare controcorrente) Oggi tanti sentono minacciata la propria sicurezza e allora fanno il contrario rispetto a voi: fanno marcia indietro per timore; oppure restano in attesa, a guardare quel che succede. Invece voi volete abitare da protagonisti il tempo che vivete. Per questo riflettete su una questione centrale, quella migratoria.
Non è ahimè un tema passeggero, magari da usare in campagna elettorale, ma una sfida epocale per i prossimi decenni e che negli scorsi decenni affonda le radici. Le migrazioni ci presentano infatti il conto di disuguaglianze irrisolte tra il nord e il sud del mondo, di interventi militari che hanno portato miseria e morte, forzando molti a lasciare le proprie terre. Ci parlano di gente in cerca di una vita migliore, spesso attratta dalle possibilità di un mondo diventato globale, dove chi l’ha reso tale fatica spesso ad accettarne le conseguenze.

Contro il male dell’indifferenza

La vostra marcia è scandita da quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere, integrare – che riguardano le persone, non analisi astratte o previsioni di flussi. La persona umana viene prima e vale più di ogni cosa. Pare scontato, ma non lo è. Il Papa non si stanca di ricordarci l’importanza che la politica prevalga sulla finanza, l’uomo sul mercato, il bene del lavoro sui beni del guadagno. Le migrazioni non sono dunque dati di geopolitica o circostanze di cronaca, spesso nera, cui rassegnarsi, ma fatti che riguardano persone, fatti che non possono lasciare indifferenti. Ecco il richiamo a non farsi contagiare dalla “globalizzazione dell’indifferenza”.
Vorrei citare un’altra espressione del Papa, attuale specialmente ora che il fragore sinistro delle armi sembra tornare con minacciosa insistenza. A me che importa? – ricordò – è «il motto beffardo della guerra». A me che importa? è il contrario della pace. L’indifferenza sta alla radice del male sociale. Porta infatti alla chiusura, all’isolamento che crea distanze, da cui si fomentano scontri anche per motivi di circostanza. Tutto parte da quattro parole: A me che importa? Fu l’atteggiamento di Caino, che uccise Abele: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Se indifferenza e menefreghismo sono radici di guerra, guardiamo, in positivo, ad alcune radici di pace.

Le radici della pace

Anzitutto, insegna la Bibbia, la pace si radica in Cielo; è, diceva don Tonino Bello, “made in Cielo”. “Pace in terra agli uomini”, proclamarono gli angeli a Natale (cfr Lc 2,14). Pace è l’invito di Dio, ahimè spesso rispedito al mittente. Gli operatori di pace sono i distributori in terra del dono divino. È una responsabilità, una missione da accogliere con gioia e fiducia. Ecco una prima radice della pace: chi vi lavora, combattendo l’indifferenza e promuovendo l’integrazione, non può nutrire paura. La paura non porta niente di buono. La paura non è mai lievito di una buona politica. La paura, che sia dell’altro o di spendersi per l’altro, va respinta. La pace infatti non conosce porte chiuse, reticenze, sguardi bassi e musi lunghi. Perché guarda al Cielo, da dove nasce, mentre la paura guarda fissa per terra. (La parola stessa, paura, pare avere la medesima radice etimologica di pavimento. Aver paura è rimanere stesi a terra, pavidi, sul pavimento). La pace invece è in marcia, con lo sguardo verso l’alto e le mani intrecciate agli altri. La pace non isola, ma raduna e fa fermentare la speranza. Ecco, la pace è come il lievito: fa crescere dall’interno, senza rumore. Non è infatti vera pace quella ottenuta artificialmente, come tampone esterno o compromesso; la pace è il «frutto dello sviluppo integrale di tutti»; altrimenti «non avrà futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti».
Una seconda radice. Gesù parla di pace già dal suo primo discorso, quello “della Montagna”. Dice che «gli operatori di pace» sono «beati» e «chiamati figli di Dio»(Mt 5,9). I figli rivelano il volto del Padre: i figli di Dio lo fanno precisamente quando operano la pace; quando sanno, come scrisse Mons. Riboldi, da poco scomparso, «trasmettere Dio come un sorriso e una speranza», non come un giudizio e un precetto. E lo fanno operando: Gesù infatti non dichiara beati i pensatori di pace, ma gli operatori di pace: non chi parla di pace, ma chi si adopera, chi si mette in gioco. Perché la vita non si vive e la pace non si costruisce se non ci si mette in gioco.
Per mettersi in gioco, terza radice, bisogna prepararsi. L’operatore di pace si allena diventando esperto di umanità: non di fake news, ma di umanità. Allora appassionatevi, soprattutto voi giovani, d’informazione vera, di conoscenza, di approfondire l’uomo. Visitate le realtà del nostro quotidiano, scoprite la cultura e studiate la storia, perché le lezioni del passato sono crediti validi per il futuro. Dite no al gossip e al fast food virtuale, che appesantiscono il cuore e infiacchiscono il cervello. Il Papa ci dà un esempio nel prendere le distanze dalle apparenze e dai centri di potere approssimandosi alle periferie per trovare l’uomo e la donna reali, non quelli sempre giovani e patinati che il consumismo ci vuole propinare. Rifiutate i cortocircuiti di pensiero mediatico di chi specula sulla rabbia della gente; non credete a chi parla di guerra di religione ma in testa ha soprattutto la religione della guerra.

Le sfide del domani

Superare la paura, mettersi in gioco, allenarsi a conoscere: tre radici di pace, tre radici di futuro. Non possiamo pensare solo all’oggi e all’io. Le sfide di domani chiedono prospettive ampie, processi da coltivare nel tempo, non spazi da occupare sul momento. La pace non cerca bersagli da eliminare, ma strade da percorrere, quali il disarmo, la lotta alla fame e alla povertà, cause di conflitti, ai cambiamenti climatici, e la cura del fenomeno migratorio, ineludibile crocevia di integrazione. La stabilità sociale invita a distanziarsi dalle chimere populiste, dalla demagogia urlata e postata in rete, da chi divide il mondo in buoni e cattivi, inculca paure e fa audience usando toni forti. Il bene comune domanda invece di tessere pazienti trame di convivenza integrata e di pensare a chi verrà dopo: «La vera questione del nostro tempo – ha detto Papa Francesco – non è come portare avanti i nostri interessi, ma quale prospettiva di vita offrire alle generazioni future. Dio, e la storia stessa, ci domanderanno se ci siamo spesi oggi per la pace». Vorrei concludere con quanto il Papa disse in Armenia, auspicando «sentieri nuovi e sorprendenti, dove le trame di odio si volgono in progetti di riconciliazione, dove si può sperare in un avvenire migliore per tutti, dove sono beati gli operatori di pace»; un avvenire «dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace: un lavoro dignitoso per tutti, la cura dei più bisognosi e la lotta senza tregua alla corruzione ». A queste parole seguiva un invito, che vorrei lasciarvi come augurio: «ambite a diventare costruttori di pace: non notai dello status quo, ma promotori attivi di una cultura dell’incontro e della riconciliazione». Grazie! Che Dio vi Benedica!

+ Giovanni Angelo Becciu