“Nella nostra Chiesa nessuno deve rimanere indietro”

Intervista di padre Roberto Carboni al quotidiano Avvenire sugli obiettivi della pastorale diocesana

L’inserimento di famiglie di immigrati nella diocesi di Ales-Terralba è sicuramente possibile. Ma dovrà essere programmato. Il vescovo padre Roberto Carboni ha confermato al quotidiano “Avvenire” le linee di politica di accoglienza che la Chiesa locale si è data per rispondere , concretamente, agli inviti della CEI e del Papa.
In accordo con qualche comune, metteremo a disposizione delle strutture inutilizzate per accogliere qualche famiglia di migranti. Naturalmente – aggiunge il presule – bisogna preparare sia chi accoglie (la popolazione, l’amministrazione, la comunità cristiana) come pure coloro che arrivano, aiutandoli a capire alcuni “codici” relazionali di questa terra e di queste zone, elemento essenziale per una buona integrazione. La nostra gente in generale è accogliente, e quando si trova davanti la persona che ha bisogno, tende la mano, però è spaventata da gruppi troppo numerosi e con progetti poco chiari di inserimento. In un Comune di 900 abitanti, 100 migranti fanno la differenza!”.
Intervista a tutto campo quella concessa, il 25 agosto scorso, da padre Roberto a Riccardo Maccioni, capo servizio di Chatolica, la pagina di Avvenire dedicata alla Chiesa. Il nostro Vescovo racconta un anno di episcopato – vissuto in grande collaborazione col clero – trasferendo in Marmilla e Medio Campidano un’esperienza ultratrentennale vissuta in frontiera: nelle parrocchie, in missione, nello studio e nella formazione dei giovani.
Ho visitato tutte le 57 parrocchie della diocesi e in diverse occasioni ho avuto modo di incontrare tanti gruppi di cristiani e parlare con loro. Inizio adesso ad insistere nel bisogno di una fede che non sia solo abitudine, che non si riduca alla tradizione o alla festa popolare – senza per questo escluderla o svalutarla – ma sia innanzitutto concentrata sull’essenziale: il ritorno a Gesù Cristo. Soprattutto in un territorio come la Sardegna la definizione, sebbene un po’ abusata, che meglio riassume la figura del vescovo è quella, tanto cara a papa Francesco, del “pastore con l’odore delle pecore”. “Questa immagine mi torna spesso alla mente quando sono in viaggio per visitare qualche comunità cristiana. Qui da noi vi sono molte greggi e molti pastori che portano le pecore al pascolo e spesso invadono la carreggiata per farle transitare da un luogo all’altro. Allora bisogna armarsi di pazienza e aspettare che il pastore le solleciti a camminare, nessuna rimanga indietro o rischi incidenti. Vedo che nella nostra Chiesa diocesana, oltre all’odore delle pecore è necessaria, per un presbitero, anche la capacità di guidare il gregge, aspettare e vigilare, custodire le deboli. Un bel programma di vita sacerdotale“.
Padre Carboni nell’intervista entra dentro i problemi del territorio, che deve fare i conti soprattutto con la mancanza di lavoro, emergenza che spesso ha come diretta conseguenza, la fuga, lo spopolamento. Problemi che interpellano la Chiesa. “Bisogna distinguere – dichiara padre Roberto a Riccardo Maccioni – tra problemi legati al sociale e quelli che toccano direttamente la vita ecclesiale. Dal punto di vista sociale siamo una delle zone più povere d’Italia. Le poche industrie presenti nel territorio hanno chiuso i battenti creando disoccupazione e povertà e favorendo la fuga dei giovani alla ricerca di altre prospettive di vita. Lo spopolamento e l’accentramento dei servizi nei centri di media grandezza ha penalizzato le piccole comunità. Dal punto di vista ecclesiale, l’età elevata del clero e il numero ridotto di preti obbliga a concentrare in una stessa persona la cura di più parrocchie, non favorendo le relazioni di ascolto e accoglienza. Come Chiesa cerchiamo di dialogare con i sindaci e l’unione dei comuni, per avere un’unica voce nel presentare i problemi ai nostri responsabili politici e cercare insieme soluzioni“.
Molto preoccupato il Vescovo per lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione, dovuto principalmente alla mancanza di lavoro che quasi costringe i giovani all’emigrazione. “Purtroppo la loro fuga, specie dai piccoli paesi è costante, perché non vedono futuro. Vi sono progetti di riattivare l’agricoltura creando la filiera di servizi (ad esempio coltivazione, lavorazione, distribuzione delle mandorle) ma per adesso mi sembrano più che altro sulla carta“. Nell’esperienza quotidiana padre Roberto riporta le molte tessere che compongono il mosaico della sua vita, che gli hanno fatto fare incontri significativi. “Quando mi accingo a ricevere qualcuno sento che la mia formazione francescana e quella psicologica mi aiutano nell’ascolto profondo, nella pazienza, nel discernimento. Dai cubani ho imparato l’immediatezza e semplicità nelle relazioni, la solidarietà e il modo di affrontare le mille difficoltà della vita quotidiana. Ma anche come francescano, Cuba mi ha insegnato cosa è davvero la povertà e al tempo stesso la condivisione di quel poco che si ha. Come sacerdote mi ha fatto toccare con mano la fame di Dio di quella gente; il desiderio di conoscere la sua Parola; di celebrare la festa dell’Eucaristia, il bisogno profondo di misericordia e di spiritualità“.
Mons. Carboni ha impiegato poco a diventare “civis usellensis”, dal nome dell’antica diocesi di Usellus chiesa madre di Ales-Terralba: “Ciò che rende bello questo servizio – conclude il vescovo – nonostante la grande responsabilità, i momenti difficili e di solitudine, è la collaborazione dei miei presbiteri dai quali ricevo aiuto, consiglio e preghiera“.

M.G.