In attesa di Colui che è già venuto

Avvento. Incomincia un nuovo anno, cioè un rinnovato cammino ecclesiale e liturgico in preparazione all’incontro col Signore, all’insegna del “vegliare” cristiano

Vegliare è un esercizio difficile e impegnativo, specialmente nel nostro tempo nel quale è insorta la mentalità del “tutto e subito”. Si veglia lungo la notte, togliendo delle ore al sonno, ma si veglia soprattutto con uno scopo preciso. Vegliare non è mai fine a se stesso. Negli scritti del Beato John Henry Newman si legge: “È necessario studiare da vicino la parola “vegliare”; bisogna studiarla perché il suo significato non è così evidente come si potrebbe credere a prima vista e perché la Scrittura la adopera con insistenza. Dobbiamo non soltanto credere, ma vegliare; non soltanto amare, ma vegliare; non soltanto obbedire, ma vegliare. Vegliare perché? Per questo grande evento: la venuta di Cristo”. Il Tempo di Avvento che abbiamo appena iniziato, indica questo atteggiamento di fondo che è di ogni singolo credente, ma è principalmente della Chiesa, sposa di Cristo, che si adorna per andare incontro al suo sposo.

Questo Tempo invita a celebrare il primo Avvento (Venuta) di Cristo nel suo Natale storico, rivivendo il Mistero della sua Incarnazione e della sua Nascita. Tuttavia noi cristiani attendiamo Colui che è già venuto e ci ha già salvati. Questo incontro con Lui chiede sempre nuovo slancio e nuovo impegno. Al Vegliare si aggiunge, allora, la perenne novità della relazione col Signore: l’Avvento apre un Nuovo Anno, cioè un nuovo cammino ecclesiale e liturgico. La Chiesa ripete ogni anno, in maniera ciclica, gesti, parole, riti e feste. Tuttavia in questa “ripetizione” si vive sempre un aspetto “nuovo”. È un “Nuovo Anno” quello appena iniziato, non è lo stesso di un ventennio fa o di un secolo fa. È nuovo perché a noi è data la grazia di celebrare i medesimi Misteri, ma nella novità dell’“Oggi”. Questa peculiarità assume la sua dimensione più alta nella Celebrazione dell’Eucaristia. Infatti in essa si rende realmente presente l’Atteso delle genti che ci ha salvati e che vive glorioso nella sua Chiesa. A questo si aggiunge una dimensione futura: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nella attesa della tua venuta”.

All’Avvento storico del Messia si associa l’attesa del suo Avvento Ultimo alla fine dei tempi. L’Eucaristia abbraccia, unificandole, le dimensioni del passato, del presente e del futuro. Lo esprime in maniera sublime uno dei Prefazi d’Avvento che recita: “Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa”. Già dal VI secolo si avverte la necessità di prepararsi in maniera più intensa al Natale, come avviene per la Quaresima rispetto alla Pasqua.

L’Avvento assume, dunque, un aspetto penitenziale, ma con una caratterizzazione di gioia e di attesa, con una durata di sei settimane. Alcuni secoli più tardi la Chiesa romana riduce il Tempo d’Avvento a quattro settimane, mentre il Rito Ambrosiano mantiene l’antica celebrazione delle sei settimane, iniziando la domenica successiva alla festa di San Martino (11 novembre). Per questo, nella tradizione ambrosiana, l’Avvento è detto anche “Quaresima di San Martino”. L’introduzione al Lezionario Ambrosiano spiega: “Il popolo cristiano si dispone a rivivere la ‘pienezza dei tempi’ alla luce dell’attesa escatologica, che orienta il cammino dei credenti nella storia e li guida verso il loro definitivo riscatto nel trionfo glorioso del Signore”.

Nel Rito Romano questo Tempo, con le sue quattro domeniche, è il più breve dell’Anno Liturgico. Le domeniche d’Avvento prendono il nome dalle prime parole dell’antifona d’ingresso della Messa: la Prima Domenica è detta Ad te levavi («A te innalzo», Salmo 24); la Seconda è chiamata Populus Sion («Popolo di Sion», Is 30,19.30); la Terza è detta Gaudete («Rallegratevi», Fil 4,4.5); la Quarta è quella del Rorate («Stillate», Is 45,8). Il colore dei paramenti indossati dal sacerdote è il viola, mentre nella terza domenica (Gaudete), facoltativamente si può usare il rosaceo, a rappresentare la gioia per la venuta imminente di Cristo. La Liturgia di Avvento ci fa contemplare gli antichi Profeti, ci fa udire la voce di Giovanni Battista e ci introduce alla missione di San Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Inoltre ci fa entrare nel mistero dell’Immacolata Vergine Maria, “Madre della speranza” e “Icona perfetta dell’umanità redenta”. Queste figure ci aiutano a vivere l’incontro col Signore, il fine ultimo del nostro “vegliare” e del nostro “attendere e celebrare”.

Un’ulteriore considerazione è da riservare al 24 dicembre, giorno conclusivo dell’Avvento e inizio del tempo natalizio. Il martirologio romano commemora in tale giorno – la data non è casuale – i Santi Antenati di Gesù. Essi sono – dice il martirologio – “quei padri che piacquero a Dio e che, trovati giusti, pur senza avere ricevuto le promesse, ma avendole soltanto guardate e salutate da lontano, morirono nella fede: da essi nacque secondo la carne il Cristo, che è al di sopra di tutto il creato, Dio benedetto nei secoli”. L’aspettato dalle genti – si canterà durante la Novena del Natale – si è manifestato nella carne, e l’attesa dei popoli unita alla vigilanza cristiana, ci sprona a fare spazio a Lui nella nostra vita. Ci guidino in questo Tempo di penitenza, di attesa e di gaudio, le parole di Sant’Anselmo di Aosta (1033 o 1034 – 1109): “Che io Ti cerchi desiderandoti, che io Ti desideri cercandoti, che io Ti trovi amandoti, che io Ti ami trovandoti”.