Elezioni Regionali

Dagli amici ci guardi Dio

Rischio dell’astensionismo su un delicato appuntamento elettorale

Hanno invaso strade e piazze della Sardegna quasi più del latte sversato dai pastori. Difficile tenere il conto del numero dei ministri, sottosegretari, politici di grande e piccolo calibro giunti nell’isola per conquistare anche minime fette di elettorato. Tanta attenzione merita rispetto, ma anche un minimo di realismo politico da parte dei cittadini sardi che oggi andranno alle urne per eleggere il 16.mo Consiglio regionale della storia della regione Autonoma della Sardegna. Una serie di nuovi “amici” interessati e impegnati – così dicono – ad aiutare la nostra regione a uscire da una crisi economica e sociale almeno decennale. A queste passerelle e comparsate veloci con e senza felpe, con il simbolo dei 4 mori sullo sfondo, improvvisando discorsi sulle potenzialità del Medio Campidano e della Marmilla, sulle spente ciminiere di Ottana e Portovesme, le centrali di Porto Torres, oggi sul latte sversato dai pastori, i sardi sono abituati, fanno parte di ogni campagna elettorale. Se la nostra isola è ancora immersa in una crisi profonda la colpa è anche delle promesse non mantenute fatte durante le campagne elettorali. Gli amici di una settimana, dopo il voto si sono dimenticati di essere tali. L’arrivo di tanti big nazionali si spiega con la strategicità del voto sardo nell’attuale situazione politica italiana. A seconda del risultato delle “regionali” si apriranno, infatti, diversi scenari e cambieranno gli equilibri politici nel Paese e, forse, anche le carriere di qualche leader politico.

La Lega e Salvini hanno avviato la “campagna del Sud”. Vogliono diventare un partito nazionale, il primo in d’Italia. Al Nord non temono concorrenti e hanno già avviato le pratiche parlamentari per l’autonomia regionale in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, le tre regioni più ricche in grado di trainare nella stessa avventura istituzionale Piemonte e Liguria, solo momentaneamente bloccata dal Movimento 5 Stelle, sulla carta maggioritario nel Mezzogiorno. Se sfonda anche nell’isola come 15 giorni fa in Abruzzo e si piazza bene alle europee, in autunno Salvini porta il paese alle urne per prendersi tutto il piatto, con Berlusconi come puntello non indispensabile. Cinque stelle, da probabile vincitore sardo rischia di non finire, in Sardegna, neppure al terzo posto. Sarebbe la debacle non solo per Luigi di Maio, che in undici mesi potrebbe dilapidare il patrimonio di voti conquistato il 4 marzo 2018, ma per tutti gli amici di Grillo che hanno spianato praterie di voti davanti a Salvini. Neppure il leader leghista può dirsi tranquillo. In questi giorni ha accelerato tutte le operazioni accreditandosi come l’uomo forte del Governo, che decide le priorità del Paese, se ne fa carico e le risolve. La velocità con cui Salvini ha portato la vertenza-latte al Viminale, sfilandola al Ministro delle politiche agricole e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è stata un altro segnale di questa immagine di uomo decisionista che rulla tutto e tutti nel nome di un pragmatismo che non ammette discussioni. Se riesce a chiuderla positivamente prima del 24 febbraio, difficile togliergli il trofeo da incassare nelle urne sarde. Da qui le accuse di strumentalizzazioni a fini elettorali piovute da ogni parte su Salvini. Il vento leghista è in grado di spingere Christian Solinas verso la poltrona di villa Devoto.

Il Movimento 5 stelle, favorito fino a qualche mese fa, ora non è sicuro neppure di conquistare il secondo posto. Troppi errori, incertezze e linea politica non coerente con il DNA d’origine ne hanno minato l’immagine. Un M5S indebolito spiana la strada a una crisi di governo e alle elezioni anticipate, soprattutto se la Lega dovesse fare un figurone anche alle europee. Il PD spera nel miracolo. Il sogno sarebbe ripetere l’exploit di un mese fa che ha portato, a sorpresa, Andrea Frailis in Parlamento. L’obiettivo è arrivare almeno secondo, per far ripartire la ricostruzione del partito. Poi tutti gli altri – vasi di coccio tra vasi di ferro – più o meno in grado di lasciare il segno. Gli elettori sardi se non si sentono completamente strumentalizzati a fini nazionali e di primazie partitiche, certamente non esultano per essere diventati campo di battaglia per lotte estranee all’economia, allo sviluppo, all’occupazione, al lavoro dei giovani nella nostra regione. Questa consapevolezza potrebbe favorire ulteriormente la fuga dei sardi dai seggi elettorali. Un astensionismo che non risolve il problema, anzi lo accentua. Entrare nella cabina elettorale e votare il candidato giusto, la persona, più che il partito è, forse, l’unica scelta per non farsi travolgere da amici di un mese che pensano troppo al partito e troppo poco ai problemi della Sardegna.