Corresponsabili nella Chiesa

Riflessione di un presbitero sul ruolo dei laici nella Lettera Pastorale “Quanti pani avete?”

La domanda provocatoria che Gesù rivolge ai suoi discepoli – i quali sono pronti a congedare la folla con il cuore pieno e la pancia vuota – perché contino le scorte di pane, riceve una risposta che è frutto di una ricerca: essi “si informarono”, dice l’evangelista Marco (Mc 6,38). E Giovanni è l’unico a trasmetterci l’origine di questi pochi pani e pesciolini: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci» (Gv 6,9).

Dunque, questo nutrimento, che sarà oggetto della moltiplicazione non viene dall’entourage di Gesù, ma da un ragazzo, che è lì tra la folla, e che ha provvidenzialmente portato qualcosa da mangiare con sé mettendolo a disposizione: attualizzando potremmo dire che non viene dai presbiteri o dai vescovi, ma dai laici. Questa sembra essere anche una buona chiave di lettura della Lettera Pastorale Quanti pani avete? Riflessioni e orientamenti circa le Unità Pastorali, che Padre Roberto ha offerto all’approfondimento di laici, presbiteri e religiose della diocesi. La questione è seria, perché ne va della comprensione di ciò che ci viene chiesto parlando di Unità pastorali.

Il punto di partenza che il vescovo pone alla base di tutto è «la consapevolezza di essere battezzati e di far parte del Popolo di Dio» (p.14): se decenni di ecclesiologia di comunione scaturita dal Concilio Vaticano II non hanno avuto spesso un esito nelle nostre comunità, ora il calo numerico di presbiteri ci chiede di ricomprendere nuovamente la nostra identità, ciascuno nella differente vocazione che il Signore gli ha dato, e di assumersene le responsabilità.

Non si tratta di delegare compiti che finora ha svolto il clero, ma di assumere nuovi spazi di responsabilità, avviando processi di corresponsabilità e non solo di collaborazione tra preti, e tra preti e laici. I laici soprattutto sono chiamati certamente alla testimonianza attiva nel mondo, nella famiglia, nel lavoro e nel sociale, ma anche a prendere sul serio il fatto che la Chiesa è composta da loro, e non solo dalla “gerarchia”. È un Popolo tutto ministeriale, come testimoniano i molti servizi che già nella Chiesa sono svolti dai laici, ma che ha bisogno di crescere nella consapevolezza che la vita della comunità cristiana è responsabilità di tutti.

Come si può fare questo concretamente? Il Vescovo indica per i laici alcuni punti inderogabili: la formazione (anche ma non soltanto attraverso l’Istituto di Formazione Permanente di San Gavino), la partecipazione fruttuosa ai sacramenti (anche attraverso una preparazione curata della liturgia in tutti i suoi ambiti), l’assunzione di responsabilità all’interno della comunità. Tutto questo si potrà fare certamente se i presbiteri daranno il loro impulso decisivo su questo fronte, promuovendo una corresponsabilità reale e a tutti i livelli dei laici (e non come meri esecutori!) negli organismi di partecipazione delle Unità Pastorali, i Consigli Pastorali e degli Affari Economici.

Il fatto che i laici siano corresponsabili nella missione evangelizzatrice della Chiesa non significa togliere spazio ai presbiteri, ma semmai permettere a ciascuno di vivere appieno la propria vocazione: per fare questo sarà necessaria non sono la volontà, ma anche l’assunzione di strumenti che ci insegnino a progettare insieme e a lavorare insieme, consapevoli del fatto che occorrerà individuare delle figure capaci di gestire questi passaggi e di aiutare laici e presbiteri in un percorso che si configura come un vero e proprio cambiamento di mentalità e di modus operandi, una vera e propria conversione. È una sfida, che se per certi versa stenta a partire, come riconosce il Vescovo nel suo documento pastorale, oggi non è più rimandabile: è meglio fare poco ma insieme, che molto ma in solitaria.