Continuità, energia e accantonamenti

Le risposte del nuovo Governo su questi punti condizioneranno la prossima campagna elettorale regionale

Soprattutto politici e amministratori pubblici provano a immaginare, dai primi atti e dalle prime decisioni, il grado di attenzione del nuovo Governo verso la Sardegna. Un’operazione obbligata sia per la Giunta regionale sia per il Movimento Cinque Stelle in dimensione isolana. Pigliaru, per non chiudere con un bilancio del tutto deludente la sua presidenza, confida che almeno qualcuna delle grandi vertenze aperte con Roma si chiuda positivamente. In particolare continuità territoriale, accantonamenti ed energia. Tre problemi storici che incidono enormemente sulla qualità della vita dei sardi e sull’economia. Il ridotto diritto alla libera mobilità di persone e merci dovuto all’insularità e l’inadeguatezza dei trasporti costano qualcosa di più di due miliardi l’anno.

Il Presidente della Regione indubbiamente ha provato a cambiare la situazione, ma non è riuscito, come tutti i suoi predecessori. Tenta e spera di farlo a otto mesi dalla fine della legislatura, sapendo che sarebbe un risultato che, da solo, qualificherebbe un intero quinquennio. Ma per chiudere questa vertenza la Giunta ha bisogno dell’intervento decisivo del Governo soprattutto a Bruxelles. Il braccio di ferro che Salvini più che Di Maio intendono avviare con i vertici europei potrebbero sbloccare la situazione o rinviarla ulteriormente. Anche questa tecnica diplomatica è nelle mani del Governo gialloverde.

Il problema accantonamenti, cioè le risorse che lo Stato prende alle Regioni a copertura del debito pubblico, costa alla Sardegna attualmente più di 800 milioni di euro. Pigliaru chiede di ridurre questa pesante cambiale. Ma forse la palla al piede che ha maggiormente pesato sui sardi è il costo dell’energia. Una “bolletta” che ha condizionato enormemente le dinamiche economiche sarde: la chiusura di grandi aziende, la fuga di imprenditori, vari processi di sviluppo che hanno condizionato l’utilizzo del territorio, spopolamento, esodo di manodopera, persino il costo della nostra tavola, per la bombola del gas notevolmente più cara del metano.

Sempre nelle mani di Conte, Salvini e Di Maio sono le vertenze che interessano Portotorres, Sulcis, Ottana e Villacidro. Un governo non collaborativo o disattento sui problemi dell’isola elettoralmente diventa un cavallo di battaglia per la Giunta e il centrosinistra, che potrà andare in giro a denunciare l’insensibilità dei nuovi ministri. Una ciambella di salvataggio propagandistico che difficilmente servirà a cambiare le previsioni elettorali che vogliono i penta stellati trionfatori annunciati delle regionali del 2019.  Un problema nuovo, non previsto per il M5S, che il 4 marzo scorso ha vinto sia per il desiderio degli italiani di cambiare classe di governo sia per la voglia del popolo di mettere alla prova le opposizioni, che hanno presentato un programma che promette miracoli. Il rischio del M5S in salsa sarda è che il governo nazionale non riesca a portare all’incasso alcune grandi questioni: flat tax, reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero. E, quindi, finire così nel tritacarne comune: “Anche questi non sanno governare, sono come gli altri, promettono e non mantengono”.