Vertenza latte, preoccupazioni in Marmilla

Collinas. Intervista a un giovane allevatore, Gianluca Cotza, sulla lotta dei pastori

La recente vertenza degli allevatori sardi riguardante il prezzo del latte, ha interessato in modo trasversale e non marginalmente tutto il territorio dell’isola. Non è esclusa la Marmilla, terra storicamente già povera ed in qualche modo trascurata dalle politiche agricole e segnata da mali atavici che si trascinano da tempi antichi. Agricoltura e pastorizia sono aggravate da una molteplicità di variabili, non ultima la parcellizzazione delle terre, la mancanza di irrigazione, le annate siccitose e le condizioni atmosferiche avverse. Per il comparto agropastorale non c’è di che stare allegri. Il comparto ovicaprino sardo con 3 milioni di capi di bestiame, il 45% di quello nazionale, coinvolge secondo i dati del 2016 centomila persone. Le aziende sarde ammontano, sempre per il 2016, a 12.058. Producono 3 milioni di quintali di latte. Gli stabilimenti di produzione sono 210.

La recente vertenza sul prezzo del latte ha evidenziato la preoccupazione di migliaia di famiglie, talora anche l’esasperazione degli animi. In vari modi, non sempre condivisibili, il comparto ha posto all’attenzione degli industriali e del Governo il problema. I Vescovi sardi hanno seguito con preoccupazione le vicende della protesta. Il vescovo di Ales-Terralba Padre Roberto ha espresso vicinanza e sostegno ai pastori “che faticano ogni giorno, con il bel tempo e il cattivo tempo, vivono di sacrifici per meritare una giusta ricompensa al loro lavoro”. In tutti i contesti le comunità e le famiglie hanno espresso solidarietà ai pastori acquistando anche il latte e trasformandolo in formaggio. Condividendo le ansie di questi lavoratori, siamo tornati come i nostri lontani antenati, tutti pastori.

In Marmilla e segnatamente nel paese di Collinas la protesta è stata pacata rispetto ad altre località. I pastori hanno portato il latte appena munto in piazza offrendolo ai cittadini. Hanno confezionato anche il formaggio, sensibilizzando in tal modo l’intera popolazione. Per poter sopravvivere, hanno detto, il prezzo del latte dovrebbe raggiungere almeno un euro al litro. Abbiamo incontrato uno dei giovani allevatori del paese, Gianluca Cotza, consigliere comunale e presidente locale della Coldiretti. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Può raccontaci il suo lavoro, la sua vita quotidiana, delle fatiche e dei sacrifici per governare da solo un gregge di 250 capi.
La giornata dell’allevatore, soprattutto se governa da solo come me un gregge di 250 pecore, non è facile. È un lavoro faticoso che comincia ogni giorno alle 5 e mezza del mattino fino al tramonto del sole. Le incombenze in azienda sono molteplici e il gregge è diviso in quattro gruppi. Ognuno va seguito a seconda delle esigenze. Una è quella delle pecore da mungere, quello delle pecore che hanno l’agnello, il gruppo di quelle che ancora non hanno figliato ed infine quelle svezzate. Il pascolo brado giornaliero è un’incombenza imprescindibile così come la mungitura due volte al giorno. Una pecora durante tutto il periodo della lattazione produce dai 150 ai 250 litri di latte. Ma tutto dipende dalle annate. L’allevatore deve preoccuparsi anche delle semine, delle scorte di foraggi e del benessere animale. È vero che i macchinari danno un valido aiuto, come la trattrice, la mungitrice, l’energia elettrica etc. ma comportano significativi investimenti. Con il prezzo del latte a 60 centesimi non possiamo rientrare nelle spese. Le condizioni meteorologiche avverse inoltre hanno causato ulteriori danni. A ciò si aggiunge che la cooperativa alla quale ero associato ha chiuso i battenti e ci ho rimesso gli scarsi guadagni preventivati.

Quali sono le ragioni della protesta dei pastori sul prezzo del latte?
La ragione principale è che i costi di produzione risultano superiori alle entrate che derivano dal conferimento del latte agli stabilimenti caseari. Un giusto prezzo consentirebbe una vita più dignitosa. Il prezzo del latte è legato soprattutto al costo del pecorino romano, ma i pastori sono in grado di fare diversi tipi di formaggi. La protesta riguarda certo i produttori ma investe anche i consumatori. Per confezionare un chilo di formaggio occorrono circa 6 litri di latte. A 60 centesimi il litro, un chilo di formaggio verrebbe a costare 3,60 €. C’è una differenza enorme con il prezzo finale che per alcuni nostri formaggi si aggira anche sui 15 € al chilo. Il divario è dato dalle sole spese di trasformazione? I pastori devono essere assolutamente e maggiormente remunerati.

Quali sono stati quindi i segni dati dai pastori di Collinas?
Noi abbiamo cercato di esporre i problemi alla gente, in piazza. Abbiamo dato il nostro latte alla popolazione, abbiamo distribuito la cagliata, la ricotta etc. perché abbiamo fatto anche il formaggio in piazza con l’aiuto di tanti giovani. Il tutto nel mercoledì, giorno del mercatino. La popolazione ha partecipato numerosa. Molte persone hanno acquistato direttamente il latte trasformandolo nelle rispettive case in formaggio secondo le ricette antiche. Il formaggio fatto insieme da tante persone verrà, una volta pronto, consumato comunitariamente. Il latte non va sprecato: è grazia di Dio.

Secondo lei quali prospettive future si aprono?
Vari sono stati gli incontri fra tecnici e allevatori. Per il momento non ci sono scelte o accordi definitivi. Solo compromessi, in attesa che si riapra il tavolo delle trattative. Si sta cercando di fare una programmazione che vada al fondo del problema e che sia risolutiva. Una cosa è certa. Bisogna dare maggior valore ai nostri prodotti, con controlli seri e, con marchi ed etichettature che ne autentichino provenienza e genuinità. I risultati possono essere conseguiti anche attraverso la trasformazione e la vendita diretta dei prodotti, cosa facile a dirsi ma difficile da realizzare. I laboratori per ragazzi e giovani nelle aziende sarebbero di grande utilità così come le fattorie didattiche. Bisogna avere idee ed inventiva per proseguire con dignità in questo lavoro perché non mi sembra dignitoso per un giovane arrivare a 40 anni dopo aver lavorato nell’azienda per tanti anni e non avere ancora una casa e una famiglia.