Un’autonomia ormai obsoleta

70 anni dello Statuto Sardo. La Questione sarda,nei suoi aspetti istituzionali, sociali, economici e culturali, permane in forme nuove e allo stesso tempo tradizionali

Ordinamento finanziario della Sardegna, insularità e mobilità prove dei limiti dello Statuto

A distanza di 70 anni è evidente quanto abbiano pesato, sulle speranze e sugli obiettivi di sviluppo economico e sociale dell’Isola, e sulla soluzione degli storici problemi della questione sarda, da un lato le inadeguate prerogative e competenze previste nello Statuto, e, dall’altro, anche i limiti e i vincoli delle leadership sarde nelle scelte che accompagnarono l’esperienza dell’Autonomia Speciale e della Rinascita.
La riconosciuta specialità della Sardegna, rispetto allo Stato che si riorganizzava nella dimensione regionalista, dopo le drammatiche esperienze del fascismo e della guerra, assumeva nello Statuto una prioritaria connotazione economicistica.
Il modello istituzionale che si intendeva dare all’Ente Regione restò totalmente fuori dal dibattito e dalle scelte che vennero fatte anche negli anni successivi. L’autonomia venne declinata all’interno sul modello dello Stato, a totale discapito del principio di sussidiarietà e trasferendo nell’Isola quel centralismo, politico, amministrativo- burocratico, indirettamente demografico e urbanistico, che pure era stato oggetto di lunghe e aspre critiche verso Roma.
A ciò si aggiunga un altro elemento determinante per le vicende autonomistiche: la ripartizione delle competenze della Regione, previste nello Statuto, come esclusive, concorrenti, integrative-attuative, già limitative dell’autonomo potere legislativo, vennero declinate negli anni o in termini riduttivi o, salvo qualche eccezione, attraverso timidi contenziosi con lo Stato.
L’ordinamento finanziario della Sardegna è l’esempio forse più importante, insieme a quello dell’insularità e della mobilità aerea e marittima, dei limiti delle competenze e prerogative previste nello Statuto. Limiti dello Statuto, ma sintomatici anche della dimensione neocentralistica dello Stato; vincoli del tutto negativi e resi ancora più evidenti dalla nota vertenza sulle entrate e sui trasferimenti delle compartecipazioni erariali e tributarie e dal mancato riconoscimento dello status di insularità come elemento della nuova e perdurante specialità.

 

La riforma dello Stato in senso regionalista fu il massimo che si poté realizzare in una fase caratterizzata dalla primaria esigenza di ricostruire lo Stato e le istituzioni locali dopo il fascismo, la guerra e la nascita della Repubblica. L’unica eccezione di “regionalismo avanzato” fu allora fatta per la Sicilia; c’era infatti l’esigenza di riassorbire la diffusione del separatismo, che tanto radicamento ebbe allora nell’Isola. Per la Sardegna non fu solo un problema di diverse sensibilità e culture politiche a determinare la sconfitta dell’idea federalista, che avrebbe portato a ben altre competenze e forse a un futuro diverso.
Emilio Lussu difese nell’assemblea Costituente l’idea di uno Stato federalista e di una Sardegna federata, proponendo in subordine, ma venne sconfitto anche in sede di Consulta sarda, l’estensione all’Isola dello Statuto della Sicilia, che aveva ben altre prerogative e competenze. Resta famosa la sua frase: «l’autonomia sta al federalismo come nella famiglia dei felini il gatto sta al leone».
Questi convincimenti non gli preclusero l’impegno coerente a difesa delle idee e dei principi dell’autonomia speciale. In occasione del Congresso del popolo sardo Lussu ebbe a dire: «Oggi riprendiamo il cammino più forti. Sì, tra noi vi è chi è a sinistra e chi a destra; vi è chi crede in un mondo e chi in un altro. Ma ognuno e tutti abbiamo fede nella rinascita dell’Isola. E sappiamo tutti che i nostri contadini e i nostri pastori portano sempre, ancora nel volto e nel cuore la traccia della nostra sofferenza millenaria […] Siamo fedeli alla causa loro, perché è la causa di tutto il popolo sardo, da quando la Sardegna ha una storia».
Quella di Lussu si dimostrò una vana speranza; almeno per quel che rappresentò il Piano di Rinascita nella soluzione dei problemi atavici della Sardegna, sia sul versante del lavoro che delle diseconomie interne ed esterne ai processi produttivi, e della mobilità delle persone e delle merci.
Oggi, a 70 anni dall’approvazione dello Statuto, la questione sarda, nei suoi aspetti istituzionali, sociali, economici e culturali, permane in forme nuove e allo stesso tempo tradizionali, perché restano e insoluti molti dei problemi che vengono dal passato, ma che richiedono risposte sostanzialmente diverse da come le avevano pensate i padri dell’Autonomia e della Rinascita. E si aggiungono problemi e fenomeni che vanno collocati in scenari che appartengono solo all’oggi. Inoltre, quelle opzioni che hanno motivato generazioni di sardi sono diventate obsolete, inservibili, anche perché non si sono tramutate in obiettivi di sviluppo, lavoro e libertà. Ciò non di meno permane ancora più forte l’aspirazione dei sardi all’autogoverno, al rafforzamento della specialità, in un quadro di attiva e diretta partecipazione all’Europa dei popoli; nonostante da anni si sia spenta la spinta propulsiva delle migliori stagioni dell’Autonomia e della Rinascita.

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 4, pag. 12.

Mario Medde