La coscienza di essere un popolo

Intervista. Paolo Maninchedda: “Il Partito dei Sardi è un detonatore legale, pacifico di una grande rivoluzione civile e culturale, fondata sulla responsabilità”

Basteranno 10 mesi ai sardi per disamorarsi del M5S, che sembra il vincitore annunciato delle prossime elezioni regionali?
Argomento non semplice da affrontare in due parole. Alle ultime elezioni politiche italiane si è assistito a una ribellione pianificata nel Nord Italia dal mondo finanziario milanese e realizzata al Sud. Più o meno lo stesso schema dell’Unità d’Italia; c’è da pensarci, non crede? Noi Sardi abbiamo una grande vocazione per le ribellioni, meno per le rivoluzioni. La differenza sta in questo. Il ribelle ha chiarezza della sua infelicità e del suo disagio, ma non dei suoi interessi, per cui non individua bene i suoi veri avversari e punisce chiunque tenti di fermarlo. In genere ogni ribellione si conclude dopo un po’ con una nuova sottomissione. Pensi che gli stessi sardi che guidarono la cacciata dei Piemontesi nel 1794, accolsero il re in fuga da Napoleone, staccarono i cavalli dalla carrozza reale e portarono il sovrano a forza di gambe e braccia fino al palazzo di Castello.

Tra un Pd in crisi – irreversibile? – e un M5S troppo Grillo dipendente e il PSD’Az che ha sposato Salvini, potrebbe essere l’ora del Partito dei Sardi?
I Partiti sono strumenti, non obiettivi. Il problema è se è l’ora dei Sardi, l’ora della coscienza che i Sardi hanno di sé. Abbiamo consapevolezza che apparteniamo a un sistema di interessi, di bisogni, di diritti, di beni, di memorie e di prospettive coeso, tenuto insieme da un discorso unitario che attraversa i secoli? Se sarà l’ora di questa coscienza, allora apparirà anche la responsabilità politica capace di interpretarla, cioè non accadrà che chiederemo ad altri di fare ciò che dobbiamo fare noi. Il Partito dei Sardi è questo: è un detonatore legale, pacifico di una grande rivoluzione civile e culturale fondata sulla responsabilità.

La principale battaglia dei Sardi è il riconoscimento del principio d’insularità? Oppure ce ne sono altre prioritarie. Quali?
Il riconoscimento dell’insularità è solo uno dei contenuti di una nuova politica, ma ha avuto il merito di scardinare i confini tra centrodestra e centrosinistra in Sardegna. Quei confini sono stati superati e travolti, perché estranei alla Sardegna. Ma la principale battaglia è quella sugli interessi dei sardi. Noi siamo i maggiori produttori di latte ovino d’Europa. L’Italia è prevalentemente un produttore di latte vaccino. Noi siamo produttori di oli d’oliva e di vini di alta qualità; l’Italia tutela nell’interscambio con l’estero (Canada e Cina) l’olio e il vino veneti. Noi abbiamo il più importante porto passeggeri d’Italia (Olbia), ma l’Italia privilegia Genova, Livorno, Napoli ecc. Noi abbiamo due aeroporti, Olbia e Cagliari, che hanno tutte le caratteristiche per essere aeroporti di rango europeo e invece sono costretti a gravitare su Milano e Roma. Noi siamo una regione rurale con più della metà dei paesi con una popolazione che sta intorno ai mille abitanti e l’Italia ci impone di fare scuole da 400 alunni, per cui la Sardegna rurale sta perdendo il sistema scolastico. Il sistema sanitario italiano è pensato per le aree urbane, non per una popolazione di un milione e seicentomila abitanti sparsa su 24000 chilometri quadrati. Potrei continuare, ma credo sia sufficiente per dire che questo è essenziale per la Sardegna: avere coscienza che i suoi interessi nazionali sono in competizione con quelli italiani.

Tracci un profilo del prossimo Presidente della Regione. Quali caratteristiche ritiene debba avere?
Deve saper risolvere problemi, deve saper rappresentare diritti e prospettive, deve avere in testa una grande visione della Sardegna, non deve odiare nessuno, deve essere un solidarista convinto: ci si salva tutti insieme.

Filologo e politico

Paolo Maninchedda, 57 anni, professore ordinario di Filologia romanza nell’università di Cagliari. La sua ricerca – sintetizzabile in 34 pubblicazioni – si è svolta prevalentemente nell’ambito della letteratura francese e provenzale medievale; degli studi danteschi, di linguistica sarda; letteratura catalana; teoria e storia della critica letteraria; critica del testo. Maninchedda all’insegnamento, prima nelle scuole superiori e successivamente universitario, ha accompagnato un forte impegno sociale e politico, che lo ha portato ad assumere rilevanti responsabilità sia dentro i partiti sia nelle istituzioni: consigliere regionale nella XIII e XIV legislatura, presidente delle Commissioni Permanenti Autonomia e Bilancio. Ultimo incarico, lasciato poco meno di un anno fa, alla guida dell’Assessorato regionale dei Lavori Pubblici caratterizzato da un forte rivendicazionismo nei confronti del Governo italiano e dell’ANAS.

Leader del PDS, in queste settimane si è reso promotore e anche protagonista della direzione del partito dei sardi a Ottana aperta a tutti, e dedicata alla crisi dell’area industriale. Maninchedda propone uno scatto di reni da parte del popolo sardo – ma devono cominciare sindaci, consiglieri regionali, uomini di cultura – per rimettere in discussione e costruire su nuove basi il rapporto tra Stato e Sardegna. Dal 1948 a oggi Roma ha tirato e lasciato andare, a suo esclusivo arbitrio e piacimento, le redini sul collo dei sardi. Le redini devono scomparire. Per farlo la prima iniziativa è “convocare – ha detto Paolo Maninchedda – la Costituente sociale della Sardegna, per chiedere i poteri per combattere la nostra infelicità”.

Articolo intero s Nuovo Cammino n. 8.

Mario Girau