Arru: “I piccoli ospedali non chiuderanno”

Nostra intervista con l’Assessore della Sanità, autore di un piano di riorganizzazione della rete ospedaliera della regione Sardegna che ha suscitato molte discussioni

L’ assessore Luigi Arru da quando ha cominciato a mettere mano alla riforma della sanità in Sardegna è finito nel mirino un po’ di tutti: forze politiche d’opposizione, anche di qualche isolato consigliere di maggioranza, dei sindacati e dei sindaci. La sua riforma, in realtà, è una rivoluzione: un cambiamento totale nella cultura dell’organizzazione sanitaria. In questa intervista Arru dichiara solennemente che i piccoli ospedali, le sentinelle sanitarie dei territori sardi, non chiuderanno.

Se la riorganizzazione della rete ospedaliera suscita tante preoccupazioni e proteste, non pensa che sia necessario correggerla?
La riforma della rete ospedaliera, come ogni cambiamento, suscita paure e preoccupazioni, ne siamo perfettamente consapevoli. E probabilmente dobbiamo fare una comunicazione più incisiva e mirata ai cittadini, che sono i principali destinatari di questo processo. Ma partiamo dalla situazione di oggi: la rete ospedaliera attuale corrisponde ad un modello datato, fermo agli inizi del 2000. Gli indicatori sull’utilizzo degli ospedali sardi ci dicono che la Regione Sardegna é ultima in Italia per modalità di uso dell’ospedale, il che significa che si ricoverano negli ospedali per acuti persone affette da patologie di bassa media complessità e per tempi superiori alla media italiana. Ancora, il Piano Nazionale Esiti realizzato dall’agenzia nazionale AGENAS evidenzia che, affianco a reparti ospedalieri che hanno standard di qualità elevati, troppi sono quelli che hanno un volume di attività o standard al di sotto della soglia (una casistica operatoria per esempio al di sotto della soglia consigliata, oppure la percentuale di anziani con frattura di femore operati entro 48 ore).
Se il problema è anche la sostenibilità finanziaria, perché non cominciare dagli sprechi e dalla spesa improduttiva?
La Corte dei Conti, organismo terzo, ha certificato una netta riduzione del ricorso a consulenze e al lavoro interinale. Per superare disorganizzazione e barriere burocratiche abbiamo ridotto a cinque le aziende in attività nel SSR, si é creata l’ATS, l’Azienda sanitaria unica, si sono uniti ospedali separati da una strada, che non dialogavano, e non solo per motivi amministrativi ma per la cultura del silos, le cui conseguenze sui cittadini sardi, con tempi biblici di accesso in tempi standard. Stiamo finalmente facendo gare per l’acquisto di materiali, dopo che per cinque anni non si è fatto nulla. Lo ripeto, nessuno vuole tagliare servizi ma si vuole proporre una riforma che parta dai bisogni dei cittadini sardi descritti sia dai dati demografici (età della popolazione) che epidemiologici (quali malattie sono più frequenti? Dove sono necessari i servizi, che non sono uguali a posti letto?), puntando inoltre all’immissione e stabilizzazione dei professionisti giovani, all’ammodernamento degli ospedali, con una responsabilizzazione però, su ogni euro investito, utile per le persone (per esempio i 120 milioni investiti per l’acquisto dei farmaci anti virus epatite C per mille sardi).

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 13, pag. 14.

Mario Girau