Intervista ad una giovane studentessa emigrata in terra britannica

Un certo numero di ragazzi della nostra Diocesi ha deciso di emigrare in Inghilterra, e in particolare a Londra, divenuta ormai la città con più italiani dopo Roma e Milano

Tanti sono i giovani che “fuggono” dalla nostra isola per affrontare il percorso di studi in altre regioni d’Italia, con la speranza di riportare in Sardegna le ricchezze e le competenze acquisite, per migliorare così la crescita del nostro territorio. Ma tanti sono anche i ragazzi emigrati a Londra, divenuta ormai la città con più Italiani dopo Roma e Milano, e che maturano poche intenzioni a rientrate in terra sarda. Anche alcuni giovani della nostra diocesi, dopo l’iter delle superiori, hanno deciso di fare questa scelta. Per affrontare questa tematica abbiamo intervistato Erica Uras, 21 anni, diplomata al Liceo Scientifico, sangavinese, figlia di Ettore e Gabriella e il fratello Alessio, della parrocchia di Santa Chiara.
Tanti giovani sardi come te hanno deciso di emigrare nella capitale britannica: come mai questa scelta?
Nel mio caso, Londra è parte integrante della famosa e difficile domanda “cosa voglio fare da grande?”. Il mio sogno è quello di entrare a far parte del mondo dell’animazione (non d’oratorio, grazie a Dio ho già avuto questa fortuna in passato) e Londra offre tante opportunità a chi desidera lavorare in ambito creativo. Purtroppo non si può dire la stessa cosa per quanta riguarda la Sardegna e l’Italia più in generale, in cui chiunque desidera lavorare in quest’ambito molto spesso non vede riconosciuto il proprio lavoro come tale. Per questo motivo nell’ultimo anno di liceo, mentre tutti decidevano quale facoltà frequentare, io ho deciso che sarei volata lontano, non in cerca di fortuna, ma in cerca di opportunità da mettere a frutto.
La tua università (questa scelta), permette di coniugare il percorso di studi con il proprio cammino di fede?
Il cammino di fede non è ostacolato da questa scelta, né tantomeno dalla scelta lavorativa. Attualmente infatti lavoro anche come “au pair”, ovvero abito insieme a una famiglia inglese e aiuto nella cura dei bambini. Certo, il cambiamento c’è e consiste nel salutare la tua comunità e trovarne una nuova e questo sicuramente non è facile nel primo periodo, specie perché la vita inglese ha abitudini completamente diverse da quelle di San Gavino.

Cattedrale. Erica durante il saluto dei giovani per l’ingresso del Vescovo Roberto

In questi mesi cosa hai visto a Londra di particolare, rispetto alla nostra Italia: opportunità, relazioni, stile di vita…
L’aspetto migliore di Londra è proprio l’abbondanza di opportunità. Londra ha tanto da offrire a chi ha tanto da dare e non si tira indietro nel mettere a disposizione i propri talenti. Lo stile di vita a molti può sembrare troppo frenetico e in parte lo è, ma è in proporzione a ciò che Londra offre. E la stessa cosa si può dire in termini di relazioni. A volte sento dire che Londra è una città “fredda” in cui nessuno è disposto ad aiutarti. Nella mia piccola esperienza posso dire di aver trovato l’esatto opposto: ho trovato persone pazienti (non è sempre facile avere a che fare con chi impara una nuova lingua), gentili e disponibili a tal punto da darmi consigli su quali posti frequentare o quale sito visitare per saperne di più sulla mia futura professione.
Le tendenze religiose del Regno Unito vedono la maggior parte delle persone professarsi atea, l’1% è invece cattolico, stessa percentuale per i buddhisti, 2% gli induisti e 3% i musulmani. Come stai vivendo dentro questo contesto?
Liberamente, senza paura del giudizio altrui. Un’altra cosa che mi piace di Londra, infatti, è proprio la possibilità di vivere un contesto di vita multietnico all’interno del quale è necessario abbattere qualsiasi barriera eretta dal pregiudizio.
Tra i tuoi compagni di viaggio e di studi ti è capitato di avere dei dialoghi interreligiosi, quali difficoltà o ricchezze?
Non mi è ancora capitato di avere dialoghi di questo tipo. L’unico dialogo che ho avuto è stato con una donna cattolica.
Le competenze che cercherai di acquisire in questi anni dal tuo percorso, come quelle di tanti giovani come te, sono un grande potenziale per la crescita della nostra isola?
Credo fermamente che ognuno di noi abbia una vocazione diversa. Semplicemente penso che non tutti siamo fatti per restare nello stesso posto in cui siamo nati. A volte le strade portano lontano e non si sa se tornano indietro. La speranza, certamente, è quella di aiutare da lontano il posto in cui son nata e cresciuta.
Cosa può favorire un vostro rientro in isola?
Difficile stabilire cosa possa favorire un rientro nella nostra amata isola. Servirebbe essere coscienti delle proprie possibilità e rendersi capaci di sfruttarle. Ora come ora penso che la Sardegna abbia bisogno di fare questo primo passo e, piano piano, mostrare la propria bellezza. Solo allora, sarà in grado di lasciare spazio ai tanti talenti che i giovani sardi hanno. Siamo un popolo testardo, caparbio, ma non siamo in grado di batterci per dimostrare il proprio valore. Proprio io parlo? Sì, perché la mia caparbietà mi ha portata lontana da casa e dalla mia terra che non mi ha dato l’opportunità di mostrare qua i miei talenti.