Sini, cittadella multietnica

Natale nell’agriturismo Sa Scrussura centro di accoglienza per i Migranti. Alcuni giovani si sono integrati nel contesto sociale e sportivo locale

Tra gli infiniti riflessi che il clima natalizio favorisce e sollecita, rientra a pieno titolo la maggior attenzione verso quella parte di umanità sofferente che si affanna intorno a noi e ci interpella più da vicino per coinvolgerci nelle loro infinite problematiche, cercando conforto anche nel nostro coinvolgimento personale per sentirsi meno soli e più accolti. Natale è anche tempo di bilanci e di verifiche e per questo, dopo quasi un anno dalla prima visita, siamo tornati nell’agriturismo Sa Scrussura di Sini, che dal 2015 ospita un gruppo di migranti, per fare il punto sull’integrazione dei giovani ospiti e sui problemi finora riscontrati.
In questi mesi c’è stato un ricambio e un avvicendarsi di ragazzi abbastanza frequente, ci dice il presidente della cooperativa Biagino Atzori, precisando che i minori sono stati accolti in strutture più consone alla loro età e attualmente nel centro di Sini si trovano 37 giovani. Provengono quasi tutti dall’Africa: Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Ghana, Nigeria, Guinea Bissau, Marocco, Tunisia. Qualcuno arriva invece dal Bangladesh. Sono quasi tutti in attesa di un permesso di soggiorno, ribadisce la segretaria M. Grazia Lampus. Ora hanno un permesso provvisorio di sei mesi, che si rinnova alla scadenza, fino a quando non verranno chiamati dalla commissione per sostenere un colloquio, dal cui esito dipenderà il riconoscimento o meno dello status di rifugiati e quindi il diritto d’accoglienza, che consentirà loro di spostarsi in Europa e di raggiungere parenti o amici.
Quasi tutti i ragazzi si sono inseriti abbastanza bene nella comunità di Sini. Moussa, Hamad, Ekundaio e Bakari sono stati assunti dalla cooperativa e collaborano con il Sig. Salvatore Spada e con gli altri soci nei lavori in campagna e nell’allevamento degli animali. Oltre alla coltura biologica di ortaggi, cereali e legumi, la cooperativa possiede anche un piccolo gregge di pecore, alcune capre e un buon numero di maiali. La loro cura richiede un impegno quotidiano costante e continuativo, per cui si è deciso di procedere all’inserimento di questi giovani, che da subito hanno dimostrato interesse per il nuovo lavoro e notevoli capacità di apprendere nuove competenze.
Per quanto riguarda l’integrazione, alcuni giovani si sono inseriti così bene nel contesto sociale da essere chiamati dal presidente della squadra di calcio di Sini, l’ingegnere Marco Cau, a far parte del gruppo di giovani che affronta il campionato di seconda categoria. Si tratta di Moussa (nella foto), Mohamed, Lay Exo Keita, Bakari, Kadry, Godfrey e Victor.
Moussa gioca in difesa, fa il terzino. “Non sempre va bene, ci confida, ma anche le sconfitte servono per crescere”.

L’odissea di Moussa

La sua è un’odissea del tutto particolare. Viene dalla Costa d’Avorio ed è figlio di un soldato. Rimasto orfano all’età di sei anni, ha dovuto contribuire al sostentamento dei due fratelli più piccoli e della sorella più grande, perché la madre, dopo la morte del marito, non guadagnava abbastanza per poter far fronte a tutte le necessità della famiglia.
Con i suoi 300 € mensili, guadagnati lavorando in una cooperativa agricola molto attiva nel settore del caffè, Moussa viveva una vita tranquilla. Il tempo libero lo dedicava alla scuola, allo studio del francese, dell’inglese e dell’arabo e alla cura della famiglia.
In seguito a dei capovolgimenti politici, che hanno visto soccombere il partito di cui faceva parte, è dovuto scappare per cercare di salvarsi la vita. Racconta, senza scendere nei particolari, della durezza del viaggio e dei pericoli affrontati. Ribadisce che non c’era alternativa: rimanere e morire o partire, sfidando la morte per rincorrere il sogno della libertà.
Lui, come tanti suoi compagni di sventura, ha scelto la seconda possibilità che la sorte gli offriva. Dopo diversi mesi di stenti e patimenti, superando difficoltà e rischi senza fine, è arrivato in Libia. Qui è stato fatto salire su uno dei tanti camion che girano per le strade in cerca di profughi da vendere ai centri di raccolta, dove vengono ammassati e tenuti prigionieri da trafficanti senza scrupoli, e si è ritrovato privato di quella libertà tanto agognata. Costretti a lavori di ogni genere, uomini, donne e bambini in questi centri vengono sfruttati in modo inumano per anni.

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 21-22, pag. 6.

Arcangelo Cau