Calunniatori e sussurroni killer di un sacerdote impegnato

Siddi. La storia triste del Vicario Francesco Uras, parroco e amministratore del Monte Granatico

IMonti Granatici (o Frumentari) dalla metà del 1600 fino agli anni Sessanta del XX secolo hanno rivestito una notevole importanza economica e sociale in tutta la Sardegna. Oggi molti di questi antichi stabili, un tempo magazzini per l’ammasso del grano, sono stati riconvertiti in siti museali o destinati ad altre attività culturali.

In Sardegna i primi Monti Granatici erano sorti nella diocesi di Ales-Terralba per opera del vescovo Michele Beltran (1638-1643) proprio per garantire ai contadini poveri il grano per la semina, liberandoli dallo strozzinaggio e dal pericolo di interrompere il ciclo produttivo. Il Monte era amministrato da una giunta locale, composta dal Rettore o dal Vicario, dal sindaco, da un censore e da un depositario.

A Siddi nel 1828 svolgeva il ruolo di censore del monte il notaio Antonio Tuveri mentre il Vicario Francesco Uras era il responsabile dei conti. Tra i due personaggi però non mancavano i contrasti e le accuse reciproche, al punto che il vescovo Antonio Raimondo Tore (1828-1837), per limitare i danni, si vide costretto a far rinchiudere il Vicario Uras nel convento dei Carmelitani di Mogoro.

Le giornate trascorse in cattività dovevano essere quanto mai penose e tormentate per il Vicario Francesco Uras. Ritrovarsi privato della propria libertà, con l’accusa di g, corrispondeva a essere imputato di aver sottratto soldi e grano per arricchirsi a danno della comunità. Per un sacerdote della sua levatura morale doveva significare non solo l’affossamento delle proprie aspirazioni ma soprattutto lo stravolgimento di una vita intera.

In una missiva del 5 agosto 1828, il Vicario Uras ringraziava il Vescovo Tore dei consigli ricevuti, definendoli paterni e salutari avvisi che avrebbe custodito nel tempo e per i quali avrebbe conservato perpetuamente la sua gratitudine e invitava il Vescovo a riconoscere che le accuse nei suoi confronti nascevano da spirito animoso contro la sua persona. Da questa lettera traspare evidente l’amarezza di questo sacerdote che temeva di veder macchiato il proprio onore a causa di un processo che reputava ordito con animosità ed eccitato da persone che definiva calunniatori e sussurroni.

Le sue aspettative, però, non furono appagate e il suo esilio presso i frati carmelitani di Mogoro durò altri quattro lunghi anni. Il vicario Uras poté lasciare la clausura forzata solo nell’ottobre del 1832, all’età di 44 anni. Non fece più ritorno alla sua sede di Siddi per l’opposizione di mons. Tore, che lo spedì a Gonnoscodina come parroco supplente. Il suo impegno continuò anche in questa parrocchia, dove ebbe modo di completare i lavori interni della chiesa di San Daniele. Ma il suo animo ferito e le umiliazioni subite non gli permisero di riacquistare l’antica vigoria. Morì a Gonnoscodina sette anni dopo, l’8 giugno 1839.

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 11.

Arcangelo Cau