ASCOLTARE, CON-DIVIDERE EDEDUCAR-CI


San Gavino. Padre Josè Luis Moral indica le tappe della catechesi calibrata sugli under 25: umanizzazione di Dio, tornare a Gesù e vivere la fede insieme ai giovani

Più testimoni che maestri. Nella Chiesa vale per tutti. Ancora di più nel rapporto con i giovani. Il metodo dell’incontro tra mondo giovanile e mondo degli adulti è stato indicato da Josè Luis Moral, sacerdote salesiano docente di pastorale giovanile presso il Pontificio ateneo “Auxilium”, relatore principale all’Incontro Ecclesiale organizzato dalla nostra diocesi. A San Gavino si guardava al sinodo mondiale dei vescovi in programma l’anno venturo, in realtà occhi puntati sul territorio e sulle sfide e le prospettive della pastorale giovanile tra monte Linas e Monte Arci.
Il cambio epocale ha trasformato la percezione dei valori. “Il mondo è adesso definito più come storia che come natura. L’uomo viene considerato un essere in perpetua creazione di se stesso. L’autonomia della coscienza, la libertà di scelta, il pluralismo di progetti”. Nulla più “ex cathedra”. L’originalità di ogni vita, senza fotocopie esistenziali, riduce ai minimi termini l’opera dei maestri. “Il dialogo tra adulti e giovani può nascere – ha detto p. Luis Moral – solo dalla condivisione e dalla compartecipazione, dal sentire comune. Non epidermico, ma sostanziale, profondo, se coinvolge la vita”. “Più che trasmettere una buona notizia ben strutturata – ha aggiunto il sacerdote salesiano – bisogna andare incontro ai giovani per scoprire con loro, nei loro luoghi di vita, nel cuore della loro esistenza, le tracce del Risorto”. Sono i primi step di una pastorale giovanile nata da una catechesi costruita sui cambiamenti culturali degli ultimi decenni indotti dal Concilio Vaticano II.
Il dialogo intergenerazionale, in assenza di leader carismatici persino tra i sacerdoti e di modelli di riferimento, si costruisce sugli atteggiamenti: sì al pluralismo no al pensiero omologato; caduta dei luoghi comuni sui giovani (superficialità, immobilismo e lontananza da Dio), superamento del “pensiero-binario” del credere-non credere. La vera password di una pastorale giovanile concreta e adeguata ai tempi è presentare un uomo chiamato Gesù, “grammatica di Dio”. Tutti i programmi costruiti su altri contenuti e metodi sono destinati al fallimento. “A Dio interessa più il piano di salvezza che essere riconosciuto con precisione come il suo autore; dire sì alla vita e alla sua umanità più profonda, alla perenne inquietudine che comporta ogni esistenza è fede dell’uomo in Dio”.
Padre Josè Luis Moral indica le tappe della catechesi calibrata sugli under 25: umanizzazione di Dio, tornare a Gesù e condividere la fede con i giovani. In questa direzione va il progetto evangelico di Papa Francesco: riscoperta delle radici del messaggio evangelico, convertirsi all’essenziale, liberare la forza profetica del Vangelo, fare della Chiesa una comunità veramente missionaria. Infine passare da una Chiesa-museo a una Chiesa-laboratorio a una Chiesa-oratorio. “Purtroppo – ha detto don Josè Luis Moral – la relazione della società e della Chiesa con i ragazzi si è concentrata troppo spesso più sull’insegnare che sull’educare. Invece oggi bisogna avvicinarsi ai molti simboli che intessono l’ordito della nostra società e delle nostre culture per scoprire i fili dell’esistenza, i vincoli e le relazioni antiche e nuove che ci fanno essere persone”.

M.G.

#LAB 1 – Come parlare di fede nel mondo digitale

Confrontarsi con i giovani nel mondo digitale è qualcosa in cui gli adulti non si sentono preparati. Chi è nato prima del 1990 è infatti un “immigrato digitale”: si potrà anche adattare agli usi del mondo informatico che lo ospita, potrà anche comunicare con gli strumenti che la nuova lingua fornisce, ma manterrà sempre la sua impostazione d’origine. Quale spazio può esserci allora per la fede in un mondo intessuto di una sovrabbondanza di veloci informazioni e quali linguaggi e forme di relazione possono essere attivate fra giovani ed adulti? È necessario ripensare al concetto stesso di comunicazione, valorizzando gli aspetti positivi che lo scenario digitale propone.
Comunicare non significa infatti enunziare o trasmettere, ma è prima di tutto un incontro che si basa sull’ascolto, sul silenzio, sul contatto. Comunicare significa quindi ridurre le distanze, donarsi vicendevolmente, rinunciare a quanto divide e orientarsi ad una vera comunione. Implica una presenza, un contatto, un “essere-con” prima ancora della veicolazione di uno specifico messaggio. Una presenza competente e responsabile, l’ascolto e lo sguardo sono gli organi di conoscenza della fede e gli elementi costitutivi della relazione con le persone che abitano il nostro tempo ed in particolare con i giovani, qualunque sia lo strumento di interazione utilizzato. “Abitare” in modo evangelico e con competenza il nostro presente, anche quello digitale, che è comunque fatto di persone in carne e ossa è la sfida che la Chiesa, soprattutto gli adulti, deve intraprendere per mettersi in dialogo con chi per natura ed età considera i dispositivi digitali una parte integrante della propria vita.
Agli adulti spetta il compito fondamentale di capire la logica della rete quale territorio maggiormente frequentato dai giovani per poterne valorizzare le potenzialità, ma contemporaneamente per poter limitare i rischi tipici della piazza globale. Anche in Italia infatti si sta lentamente diffondendo il fenomeno degli hikikomori, giovani che hanno smesso di uscire di casa o più precisamente dalla loro cameretta e che utilizzano gli strumenti digitali come unico mezzo di relazione con il mondo esterno. Il mondo digitale non è dunque in concorrenza con la realtà tradizionale, né rappresenta un contesto sociale di totale non autenticità: è un luogo fatto di regole che devono essere comprese. Il vero educatore infatti si pone in una posizione di ascolto, si lascia interpellare dalle domande e dalle inquietudini, dalla ricerca di senso. Accompagna il giovane. È presente. È autentico: on line e off line.

Simona Ibba

#LAB 2 – Post Cresima e fuga: interrogativi e prospettive

Essendo il tema di discussione abbastanza vasto e delicato si è scelto di operare con un atteggiamento quanto più critico e sintetico possibile partendo proprio dai termini evidenziati nel titolo del laboratorio stesso: cresima, post e fuga. Cosa si intende per cresima? Cosa per post cresima? Se esiste un post ci sarà anche un pre-cresima, e che caratteristiche ha? Fuga, che significa? La discussione, molto articolata, ha rimandato ad un tema di fondo principale: la catechesi così come oggi è strutturata ha senso? In sintesi è emerso che la catechesi di oggi è letteralmente slegata da coloro che la ricevono, i ragazzi e le famiglie. C’è una netta distanza tra l’idea delle catechesi che propone la Chiesa e quella che invece ha la società. Il percorso viene vissuto come un obbligo da parte dei ragazzi e come una prassi che deve essere portata a termine dalla famiglie: “Si è sempre fatto così e così sia fatto!”. Inoltre il percorso della catechesi è visto strettamente legato ai sacramenti. Come una scuola che rilascia un diploma o una laurea così il catechismo rilascia la comunione e soprattutto la tanto agognata cresima che determina la fine dello “strazio” del catechismo. I sacramenti non sono più una scelta personale portata avanti dopo un cammino esperienziale e di formazione, ma sono diventati una tappa senza senso se non quello del poter festeggiare e ricevere tanti regali. La colpa è dei ragazzi e delle famiglie? La colpa non sta mai da una parte. Probabilmente se la società si è formata questa idea della catechesi la maggior parte della colpa sta in chi propone il percorso, cioè nella Chiesa. E questa colpa sta nell’essersi accontentati di proporre un percorso che cinquant’anni fa funzionava come se i tempi non fossero mai cambiati.
Soluzioni?
Il laboratorio non ha trovato risposte definitive ma ha formulato delle domande, le quali potrebbero essere un punto di partenza affinché si prendano delle decisioni nuove e coraggiose. Ha senso oggi una catechesi scolastica? Oppure non sarebbe meglio un percorso di pastorale esperienziale? Ha senso una catechesi nozionistica che non tiene conto dei desideri e necessità dei ragazzi, il cui scopo è quello di inculcare verità pre-decise? Oppure non sarebbe meglio un percorso che si basi sulla Cura che veda i ragazzi come soggetti di cura e non come oggetti, che consenta loro di diventare capaci di prendersi cura di se stessi e degli altri? Che facciano propri gli insegnamenti del Vangelo senza che questi vengano imposti? Ha senso avere i sacramenti come traguardo? La cresima vista come premio finale e come arrivo? Oppure non sarebbe meglio avere un percorso di formazione cristiana slegato dai sacramenti che potranno esser ricevuti dopo una scelta libera? Ha senso pretendere che i ragazzi rimangano forzatamente nei nostri “recinti”? Oppure si dovrebbe avere il coraggio di lasciarli liberi, al costo anche di perderli, ma con la possibilità che rimangano o che tornino di loro spontanea iniziativa? Abbiamo il coraggio come Chiesa di metterci in discussione e provare insieme a dare delle risposte a queste domande? Noi pensiamo di sì e siamo fiduciosi!

Attilio Secchi