Tutti nel Presepio vivente

Collinas. La comunità ha rappresentato in vari modi il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio

Per Natale l’impegno dell’intera comunità: parrocchia in prima fila, amministrazione comunale, gruppi e singoli cittadini. Anche il Vescovo presente all’evento

Nel “paese dei presepi”, così come è stato ribattezzato il borgo di Collinas, si è rivissuto l’evento del presepio vivente riproposto per le vie del paese in occasione dell’Epifania come da lunga tradizione.
Collinas è stato in qualche modo il paese che ha anticipato la buona abitudine di realizzare varie modalità di “presepi”: presepio storico, presepi rionali, piccoli presepi in ogni angolo della parrocchiale, presepio vivente. Ma ciò che caratterizza soprattutto il presepio vivente e quello storico sono rispettivamente i dialoghi e i commenti trasposti dai Vangeli in sardo collinese.
Il presepio storico è un presepio monumentale variamente animato che occupava un tempo l’intera cappella del Santo Rosario e che veniva rimosso al termine delle feste natalizie. Oggi ha una sua struttura indipendente contigua alla chiesa parrocchiale. Ogni anno viene proposta e sviluppata una tematica su cui riflettere (i giovani, il lavoro, il terremoto, l’immigrazione, le povertà, l’emarginazione etc.) con diorami e commenti sia in italiano sia in lingua sarda locale. Accanto a questo ci sono i piccoli presepi interamente illuminati all’interno della chiesa parrocchiale: nell’altar maggiore e nei due altari laterali, negli altari delle varie cappelle. Ed infine non mancano i presepi realizzati in ogni rione. Dà da pensare quando in molti contesti come in asili, scuole o edifici pubblici non vengono realizzati i presepi per non offendere la sensibilità di non so chi. Qui per fortuna la cultura e la tradizione vengono rispettate anzi si cerca ogni anno di fare di più e meglio.

Il presepio vivente, che ha animato al termine delle feste natalizie l’intero abitato, ha visto l’impegno dell’intera comunità, Parrocchia in prima fila ed Amministrazione Comunale, gruppi e singoli cittadini. Centinaia i personaggi che hanno attraversato le vie del centro storico con l’abbigliamento caratteristico medioorientale.
Nelle case padronali con i portali di legno aperti, sono stati riproposti gli antichi mestieri con gli artigiani intenti alla loro opera: fabbri, falegnami, bottai, tessitrici, massaie, lavandaie, vignaioli e osti nella loro bottega.
Una partecipazione corale e imponente di figuranti ma anche di visitatori, quest’anno ancora più numerosi che in passato. Una folla attenta ha seguito nella ristrutturata casa Tuveri la scena dell’Annunciazione, e via via la visita di Maria a Santa Elisabetta e tutto il tragitto che Giuseppe e Maria hanno percorso senza trovare alloggio, fino all’osteria nel caseggiato comunale là dove è stata loro indicata la capanna dove poter trovare riparo. E qui nella capanna allestita nella piazza sottostante il sagrato è avvenuta la nascita del bambino: in carne e ossa.
Il piccolo “attore” infatti che ha impersonato Gesù Bambino è Alessandro, l’ultimo nato del paese. Alla capanna sono venuti a rendere omaggio a Gesù tutti gli attori che impersonavano la società palestinese di oltre 2000 anni fa, pastori, contadini, massaie e artigiani che hanno portato i loro doni e i prodotti del loro lavoro. Per ultimo i Re Magi hanno portato l’oro, l’incenso e la mirra. Il tutto all’interno di una ricca coreografia, musiche d’autore e testi aderenti ai passi evangelici, ma sempre in stretto linguaggio forrese. Ascoltare i personaggi a cominciare dall’Angelo dell’Annunciazione, Maria, Giuseppe, Elisabetta ma anche il cronista parlare il sardo della Marmilla, li fa sentire ancor più nostri e più vicini alla nostra quotidianità. Scene coinvolgenti e commoventi, come ha ricordato il parroco don Marco Piano, che contribuiscono a far rivivere e a far riflettere sul Mistero dell’Incarnazione e della Redenzione.
Il ringraziamento, come ha detto il sindaco Francesco Cannas, va a tutta la comunità che ha reso possibile questa significativa manifestazione. Una tradizione che non va assolutamente dispersa per il futuro, ma sempre più valorizzata, arricchita e riproposta.

Antonio Corona