Le madri non sono mai brutte…Parola di Gesù

Solennità dell’Immacolata. Fede e tradizioni

Ai racconti dell’infanzia non si rinuncia tanto facilmente e spesso il loro ricordo riaffiora nella mente con la profondità dei suoi messaggi. Così avviene che, soprattutto i meno giovani, ricordano con una certa emozione la vicenda di “Marcellino pane e vino” narrata nel film spagnolo del 1955, diretto da Ladislao Vajda, e interpretato da Pablito Calvo. La versione cinematografica è tratta dall’omonimo romanzo di José María Sánchez Silva. Marcellino è un orfanello che cresce in un convento francescano spagnolo attorno a dodici frati che si prendono cura di lui. Tuttavia aumenta in lui l’inquietudine di non aver conosciuto la sua mamma e il desiderio di volerla incontrare.
La vicenda si evolve col famoso incontro di Marcellino con il “Grande Crocifisso” che i frati tengono in soffitta. Il bimbo sente che quell’Uomo sulla Croce è reale, al punto da portargli perfino da mangiare (da qui l’appellativo di “pane e vino”) e realizzare con esso un dialogo aperto e fiducioso. L’episodio si conclude con la richiesta del piccolo di voler vedere la sua mamma insieme a quella di Gesù. Il Signore lo accontenta facendolo morire teneramente tra le sue braccia. Il prodigio si diffonde ben presto, per cui ogni anno il popolo festante rende omaggio al Signore raggiungendo il convento nel quale è sepolto Marcellino, il piccolo campione di semplicità. Nel racconto non mancano messaggi dal tono spirituale ed emotivo come l’ultimo dialogo tra Marcellino e Gesù. In esso il piccolo orfanello domanda come sono le mamme e cosa fanno.
È singolare la risposta ottenuta dal Crocifisso: “Danno, danno sempre”. Il piccolo replica: “E che danno?”. Gesù risponde: “Tutto… se stesse, la vita e la luce degli occhi ai figli, finché diventano vecchie e curve”. Quest’affermazione lascia interdetto Marcellino il quale immediatamente ribatte: “Anche brutte?”. “Brutte no, Marcellino, – prosegue Gesù – le mamme non diventano mai brutte”.
Ovviamente José María Sánchez Silva, autore del romanzo, non intende parlare della femminile bellezza fisica, ma della magnificenza che nasce dalla vita sacrificata delle madri, a beneficio dei loro figli. Possiamo utilizzare questo episodio per riferirlo anche alla Madre Celeste, la Vergine Maria, nella quale riconosciamo il dono materno che Gesù crocifisso ci ha fatto. Infatti, in occasione della celebrazione della Solennità dell’Immacolata, e del novenario di preparazione, è usanza tanto cara alla cristianità invocare Maria come la “Tota Pulchra”, ovvero la “Tutta bella”. Questo antico Inno, spesso cantato con la celebre melodia gregoriana (o con altri motivi polifonici o popolari), acclama la Madre del Signore preservata dalla macchia del peccato originale che è, in sintesi, uno dei diversi aspetti celebrati nella festa dell’8 dicembre.
La bellezza di Maria non è di carattere esteriore e non riguarda una semplice cura estetica del corpo, ma è la bellezza voluta da Dio per Colei che deve essere la Madre del Verbo incarnato. Nel Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri la definisce “Termine fisso d’Eterno Consiglio”, ovvero Colei sulla quale la Trinità posa il suo sguardo. La Chiesa la acclama con molteplici appellativi: la “Piena di Grazia”, lo “Specchio di Perfezione”, la “Vergine Purissima”, la “Madre Inviolata”. Tuttavia anche ciascuno di noi, in modo differente, è chiamato a realizzare la stessa bellezza di Maria. Infatti San Paolo ci ricorda che Dio “Ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,4-5).
Maria è, inoltre, la prima creatura che, mediante l’assunzione al cielo, gode di Dio anche nel corpo. Quest’aspetto realizza, già da ora, ciò che sarà anche per noi, ovvero la risurrezione finale. In sostanza significa che non soltanto la nostra anima contemplerà Dio, ma anche il nostro corpo ritornerà alla vita. Ci viene manifestato l’esito finale che, per mezzo della Pasqua del Signore Gesù, è già raggiunto dalla Vergine e che sarà compimento definitivo anche per noi. Per questa ragione non è corretto dire, o cantare, che Maria è l’irraggiungibile: anzi il sogno di Dio è raggiungere Lui per goderlo eternamente come è già realizzato in Maria di Nazareth. Onorare la Madonna, nelle festività dell’Anno Liturgico, ci consente di considerare la straordinaria presenza di Dio nella sua vita.
La storia di Marcellino pane e vino ci fa dire che tutte le madri, e a maggior ragione la Madonna, desiderano il bene per i propri figli. Questa certezza ci fa guardare a Maria con occhi filiali confidando nel dono di tutta se stessa per noi, perciò possiamo cantare fiduciosi: “Siam peccatori, ma figli tuoi, Immacolata prega per noi!”.

Don Roberto Lai