Abusi sessuali. Intervista a mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, sulla formazione al sacerdozio

“Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme”. Con la citazione della lettera di San Paolo ai Corinzi Papa Francesco, il 20 agosto 2018, in seguito allo scandalo che ha scosso la Chiesa cilena, a pochi giorni dall’esplosione d’una nuova ondata di scandali negli Stati Uniti, ha invitato il “popolo di Dio” al digiuno e alla preghiera per il “crimine” degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa. Con “vergogna e pentimento”, scrive il Papa, ammettiamo “che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite”, “abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”, e che il lamento delle vittime “per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere”. Papa Francesco è martellante su questo imperativo categorico per la Chiesa. La prevenzione parte da lontano, dal seminario. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo di Oristano, Presidente nazionale del Comitato CEI per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose.

Mons. Sanna, ormai entrano in seminario giovani con età minima 18-19 anni, che passano attraverso un preseminario di quasi un anno. Questo tempo è sufficiente per individuare le persone che potrebbero compiere gravi crimini su minori e bambini?
Il curriculum regolare del seminarista prevede otto anni nel Seminario Minore, dove ci sono, e sette anni di filosofia e teologia nei Seminari Maggiori. Se la collaborazione tra seminaristi e educatori è sincera e trasparente si dispone di un lasso di tempo sufficiente per capire l’evoluzione della maturazione umana del seminarista. Se si tengono presenti i molti anni di vita di gruppo e di colloqui personali con gli educatori è difficile per i seminaristi dissimulare il proprio orientamento sessuale e affettivo.

L’equipe formativa di un seminario è formata esclusivamente da preti. Non sarebbe opportuno inserire con una certa continuità anche qualche genitore esperto di vita, comportamenti e di situazioni affettive anche complesse?
I membri dell’equipe educativa sono scelti dai Vescovi tenendo conto degli anni di ordinazione sacerdotale ed esperienza come presbiteri, le attitudini e capacità educative e la disponibilità a lavorare in equipe. I membri dell’équipe hanno il compito di valutare l’idoneità dei candidati per ciò che concerne le doti spirituali, umane ed intellettuali, lo spirito di preghiera, la retta intenzione, la libertà di scelta, la capacità di autentica vita fraterna e il carisma del celibato. Niente vieta che ad essi si possa aggiungere la collaborazione di qualche coppia di genitori.

Il Papa ha detto: “Non si deve coprire e sono colpevoli quelli che hanno coperto queste cose”. Che cosa fa oggi un Vescovo quando scopre che un suo prete ha abusato di un bambino/a?
La prima cosa è augurarsi che non si verifichi mai un simile reato abominevole. Quando, però, questo si verifica e si è sicuri dell’esistenza del fatto, le linee guida della Cei prevedono che il Vescovo che riceve la denuncia di un abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari, assicurando ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia e impegnandosi a offrire sostegno spirituale e psicologico, nel rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune.

L’intervista completa su Nuovo Cammino n. 15.

Mario Girau