Chiesa e lingua sarda nella liturgia

Sa Die de sa Sardigna. I Vescovi sardi colgono i segni dei tempi e riprendono il cammino conciliare

A dispetto dei surreali dibattiti sulle varianti, dell’opportunità o meno di una lingua unificata, delle acrobazie di linguisti che propongono modelli di scrittura fuori dalla storia, Mons. Angelo Becciu, il 28 aprile, in occasione della solenne Celebrazione in cattedrale della Die de Sa Sardigna, ci ha fornito due preziosi insegnamenti. Il primo è la naturalità.

Chiamato ad esprimersi “in limba”, nell’ambito del processo che speriamo possa presto riconoscere ai sardi di poter celebrare la Messa nella loro lingua, non si è posto il penoso dilemma: “quale sardo”. Si è semplicemente espresso nella propria variante, quella appresa da bambino. Né si è preoccupato del fatto che ci trovassimo in Campidano. Ha parlato, naturalmente, nella “sua” lingua, e non per discettare delle bizzarre vicende di una lingua strapazzata persino dai suoi più fedeli accoliti, bensì per predicare la parola di Dio.

Ci vuol tanto a comprendere che l’unica urgenza che abbiamo in Sardegna, di fronte al rischio della scomparsa di una lingua, è quella di far si che tutti coloro che ancora la conoscono, riprendano semplicemente a parlarla ed a tramandarla ai propri figli, così come è loro pervenuta? Che si riprenda a pregare in sardo, con i versi e le ricchissime melodie immagazzinate durante secoli? Il secondo stimolo, ci porta a riflettere perché mai la Chiesa sarda, ed i suoi Vescovi, siano oggi così attenti all’uso della lingua sarda nella liturgia. Anche in questo caso, occorre invertire i termini del ragionamento.

Le scelte dell’episcopato sardo traggono origine non già da un improvviso innamoramento per la limba, anche se nessuno impedisce ai pastori di vivere personalmente un’esperienza del genere, bensì dal dovere di attuazione di una delle tante “rivoluzioni” del Concilio Vaticano II, che ha sostituito il latino con le lingue parlate dai cristiani di tutto il mondo. A partire da quel momento si è incominciato a celebrare il sacrifico eucaristico nelle lingue effettivamente parlate e comprese dai fedeli e non più in una lingua che, pur rappresentando simbolicamente l’universalità della Chiesa, era già, da tempo, una “lingua morta”. La Chiesa, insomma, predica e celebra il sacrifico nella lingua dei fedeli ai quali si rivolge. Se la rivoluzione del Concilio Vaticano II ha riguardato principalmente le lingue nazionali, ha, tuttavia, interessato anche lingue di più ridotta diffusione, persino di poche migliaia di abitanti.

Perché ciò non è avvenuto, a suo tempo, in Sardegna? Ci si sbizzarrisca quanto si voglia nel formulare ipotesi. La risposta, per quanto umiliante, è una sola: perché i Sardi, all’epoca del Concilio, e negli anni immediatamente successivi, non hanno mai espresso o rivendicato tale esigenza.

Ebbene, oggi la Chiesa riprende il cammino post-conciliare, che non aveva ancora intrapreso, semplicemente perché ha colto “i segni dei tempi”. Segni che, in Sardegna, hanno tardato per troppo tempo. Per dirla tutta, ed è questo un merito che le va riconosciuto, la Chiesa sarda ha colto i primi fermenti del movimento che reclama di poter pregare con la propria lingua. I vescovi sardi anticipano così una realtà che nella società civile, a dire il vero, non è ancora consapevolmente maturata.

Gianni Loy
Docente universitario cultore della lingua sarda

Per completare l’analisi storico-culturale sulla lingua sarda nella Liturgia, pubblichiamo il paragrafo n. 100 del capitolo 14 degli Atti del Concilio Plenario Sardo (2000-2001). Parole rimaste sulla carta fino ad oggi.

100. L’uso della lingua sarda nella liturgia

Il Concilio, accogliendo una diffusa istanza, che vede anche nella lingua sarda un singolare strumento comunicativo della fede per il nostro popolo, ne auspica un’adeguata valorizzazione. Riconosce come per suo mezzo sia stato tramandato per generazioni un grande patrimonio di fede e di sapienza cristiana, incarnate nella cultura e nella quotidianità di vita della gente dell’Isola.

La nostra lingua materna sarda va anche apprezzata e onorata nelle forme di preghiera, individuali o collettive, che ci sono state tramandate e che sarà opportuno ricercare e utilizzare: esse hanno in sé, oltre le ricchezze di contenuti spesso eccellenti, anche il fascino evocativo di un patrimonio che ha le sue radici nel nostro tradizionale modo di pensare e di sentire.

Pertanto, nel rispetto e nell’osservanza delle attuali norme e disposizioni liturgiche, è possibile utilizzare la lingua sarda, con canti e testi opportunamente scelti, in alcuni momenti celebrativi e di preghiera, oltre che in occasioni particolari della vita delle nostre comunità. Andranno, inoltre, studiati con serietà culturale e con adeguata competenza teologica e pastorale, possibili, ulteriori ampliamenti della sua utilizzazione nella liturgia. Ciò dovrà essere fatto nello spirito di valorizzazione del patrimonio trasmessoci dalle generazioni precedenti, di ricerca di una più incarnata comunicazione della fede nella realtà quotidiana della popolazione sarda, e di sincera comunione ecclesiale.