Quasi affogati in un mare di rifiuti

Ambiente. Una nuova cultura e rinnovati stili di vita per non morire nell’aliga

Per non morire affogati in un mare di rifiuti, in un immondezzaio planetario, si rende necessario un cambiamento radicale di mentalità: passare dall’economia lineare dell’usa e getta a quella del riutilizzo, del riciclaggio, ma soprattutto della prevenzione. Li esperti la chiamano “economia circolare” o anche “green economy”. Una “rivoluzione culturale” sempre più urgente e necessaria, auspicata da Aldo Muntoni, ordinario di ingegneria ambientale e sanitaria nell’Università di Cagliari, esperto internazionale di Gestione e Impianti di Trattamento di rifiuti solidi e di Bonifica di Siti contaminati.

Non c’è tempo da perdere. Ogni anno nel mondo si buttano circa 1,3 miliardi di tonnellate food waste, di spreco alimentare, molto più di quanto basterebbe a sfamare i poveri della Terra. Se il food waste fosse prodotto da uno stato, sarebbe il paese al testo posto nel mondo per emissioni di gas serra. Solamente la Sardegna in ambito domestico in 12 mesi sforna circa 700.000 tonnellate di “aliga”. Sono 2 miliardi di tonnellate all’anno i rifiuti urbani prodotti nel mondo, e le stime parlano di 2,6 miliardi nel 2023 e 3,5 miliardi nel 2050.

Nell’Unione Europea se ne producono circa 247 milioni di tonnellate all’anno. In Italia circa 30 milioni. “La produzione di rifiuti – ha detto Aldo Muntoni durante un convegno su la “Carta Onu 2020- 2030” – grava sul nostro pianeta unitamente ad altri problemi, quali il consumo di risorse energetiche e materiali non rinnovabili, il riscaldamento globale, i cambi climatici, ai quali è peraltro palesemente legata, e con questi altri problemi genera processi che, se non distruggeranno il pianeta, ne stravolgeranno profondamente l’assetto”. “Dimmi ciò che metti nel cassonetto e ti dirò chi sei”, la pattumiera rivela i nostri segreti: letture, presenza in famiglia di bambini, anziani e malati, tipologia e quantità della nostra alimentazione.

“La produzione di rifiuti urbani – ha aggiunto Muntoni – riflette in modo abbastanza fedele anche il benessere economico di un contesto territoriale. Infatti, nei paesi ricchi ogni cittadino può arrivare a produrre 4 kg di rifiuti urbani al giorno, nei più poveri si scende a 0,11 kg al giorno, mentre in Italia siamo mediamente sui 1,5 kg/giorno, circa il doppio della media mondiale (circa 0,75 kg/giorno)”.

Il 33% della produzione mondiale di rifiuti è gestita in modo incontrollato. “Una percentuale – ha detto il docente universitario – che sale al 90% nei paesi in via di sviluppo, dove non solo scarseggiano gli impianti, ma sono spesso del tutto assenti anche i servizi di raccolta, soprattutto negli immensi ghetti per disperati che come metastasi circondano le megalopoli dell’Africa, dell’Asia, del Sud America. In questi paesi il problema dei rifiuti aggrava ulteriormente le enormi differenze sociali ed economiche tra i piccoli quartieri per ricchissimi e le immense aree occupate da disperati”.

Al dimenticatoio collettivo, alla discarica e, nella nostra isola, a “su muntronaxiu” fuori dal territorio comunale – all’insegna di «lontano dagli occhi lontano dal cuore» – di recente si è sostituita la consapevolezza di essere davanti a un problema enorme. “La gestione scorretta dei rifiuti – ha precisato Aldo Muntoni – contribuisce al 5% delle emissioni globali di gas serra. Ogni anno nel Mediterraneo finiscono 600.000 tonnellate di plastica, invenzione geniale, equivalenti a circa 600 bottiglie ogni secondo. Nell’Artico sono state trovati frammenti di plastica nei fiocchi di neve. Si stima che ogni essere umano ingerisca circa 50.000 microframmenti di plastica ogni anno”.

Aumentati i rifiuti sono diventati evidenti i problemi. Le stesse popolazioni coinvolte si sono progressivamente ribellate al dover ospitare sul proprio territorio impianti che diventavano sempre più numerosi e sempre più grandi. Il vecchio approccio al problema, basato sul puro liberarsi dei rifiuti, non poteva andare avanti. “Siamo impegnati ad implementare un cambio, che – secondo Muntoni – si può definire epocale, che richiede un coinvolgimento generale, non solo delle amministrazioni e dei cittadini, ma anche del mondo produttivo”.

Evitare per quanto possibile di produrre rifiuti: questa dovrebbe essere la “mission” di un’industria rispettosa dell’ambiente. “Le possibilità e le soluzioni offerte dalle azioni di riciclaggio hanno un limite tecnico ed un limite quantitativo La prevenzione della produzione è, invece, la soluzione di gran lunga migliore e preferibile”, per professor Muntoni. “Con la prevenzione non si intende rinunciare all’uso, inevitabile, dei beni di consumo, ma far sì che tali beni abbiano una vita utile la più lunga possibile e siano il più possibile aggiornabili, riparabili, riutilizzabili. In pratica, dobbiamo ritardare il più possibile la transizione dell’oggetto da bene fruibile a rifiuto. Questo ovviamente richiede – ha detto Muntoni – che il mondo produttivo ripensi la progettazione dei beni, pesando non solo alla loro funzionalità ed estetica, ma anche alle caratteristiche che ho citato prima”.

Il professore ha aggiunto un particolare non secondario in questo momento: “Il recupero di risorse dalla gestione di rifiuti ha inoltre come effetto benefico collaterale la possibilità di creare posti lavori e migliorare il bilancio economico di un ciclo produttivo. Noi all’Università di Cagliari, per esempio, stiamo facendo delle ricerche molto interessanti sulla possibilità di produrre bioplastiche dagli scarti di un comparto produttivo, quello lattierocaseario ovino, che non naviga in acque tranquille”.

Rifiuti
Sardegna: 700mila tonnellate/anno
Mondo: 2 miliardi tonnellate/anno
Europa: 247 milioni tonnellate/anno
Paesi ricchi: 4 kg giorno/persona
Paesi poveri: 0,11 kg giorno/persona
Italia: 1,5 kg giorno/persona
Mediterraneo: 600mila tonnellate/anno di plastica
Mondo: 50mila micro frammenti/anno di plastica a persona