Macerie morali e i segni della disumanizzazione

Violenza. La tragedia di Manuel e dei suoi carnefici deve segnare una svolta

“Lo stupefacente è solo stupidità, di fronte alla disumanizzazione della vita”. È questa la frase che rappresenta nel modo più efficace la tragedia che ha travolto Manuel Careddu e altri sei ragazzi, due dei quali più piccoli, gli altri quattro poco più grandi di lui. La frase è stata pronunciata dal vescovo di Alghero, Mauro Maria Morfino, nell’omelia tenuta al funerale del diciottenne di Macomer, assassinato in modo brutale per poche centinaia di euro, la sera stessa della sua scomparsa, l’11 settembre, e il cui corpo è stato ritrovato sotto trenta centimetri di terra nei pressi del lago Omodeo quasi 50 giorni più tardi. I sei ragazzi sono accusati di aver ucciso Manuel e di averne poi sepolto il cadavere.

L’accorato appello di mons. Morfino a combattere la “disumanizzazione della vita” è stato rivolto innanzi tutto alle famiglie perché imparino a prestare maggiore attenzione ai più giovani, per capirne il disagio e cercare di aiutarli. In migliaia hanno ascoltato le sue parole; così come in migliaia avevano partecipato nei giorni precedenti a due fiaccolate organizzate a Macomer e ad Abbasanta; così come centinaia di ragazzi e genitori si erano radunati nell’auditorium del liceo di Ghilarza intorno a don Ettore Cannavera.

La Chiesa sta dimostrando di avere piena coscienza del gravissimo momento di disagio sociale, culturale ed economico che la Sardegna sta attraversando e che colpisce maggiormente le giovani generazioni. Già il 29 ottobre la Conferenza Episcopale Sarda, attraverso le parole del suo presidente, mons. Arrigo Miglio, aveva lanciato un appello perché si cerchino nuove strade, nuove modalità per incontrare i tanti ragazzi che abbandonano gli studi, che cercano lavoro, che si sentono soli. I segni palesi della “disumanizzazione”.

E come non ricordare i continui appelli di Papa Francesco contro l’ossessione del consumismo, perché i giovani diventino di nuovo protagonisti positivi dell’epoca nella quale vivono, invece di esserne schiacciati come strumenti di un’idea che mette il denaro al centro dei progetti di vita. Le comunità direttamente interessate hanno dimostrato di voler fare qualcosa. Ma cosa?

In particolare, che capacità di intervento possono avere le famiglie che devono fare i conti con troppe intrusioni esterne sui loro modelli educativi? La tradizione conta poco, di fronte al bombardamento dei messaggi veicolati attraverso strumenti tecnologici sempre più sofisticati. Come contrastarli o insegnare ai giovani a saperli interpretare e valutare? Su questo punto era stato molto incisivo l’ex-sindaco di Norbello, Raffaele Manca, nel corso dell’assemblea con gli studenti svoltasi a Ghilarza. Manca aveva detto: “Prima c’era un sistema culturale di vasi comunicanti, oggi non più”.

Era stato proprio quel “sistema culturale di vasi comunicanti”, che accomunava nella scelta dei valori da perseguire giovani ed anziani, a consentire, ad esempio, che l’Italia riuscisse a ricostruirsi in poco meno di vent’anni dalle macerie materiali prodotte dalla seconda guerra mondiale. Oggi sono soprattutto le macerie morali a far paura, a farci temere per il futuro.

Se, come ha sapientemente detto mons. Morfino nella sua omelia, “lo stupefacente è solo stupidità” come risposta al vissuto quotidiano sempre più privo di umanità, quale strada sceglieremo per spiegarlo, per dimostrarlo ai tanti ragazzi che vivono disperatamente la loro solitudine a cui reagiscono con devianza, violenza, apatia? Fino a qualche decennio fa ci si illudeva che la diffusione della droga fosse solo un problema delle grandi concentrazioni urbane. Oggi non è più così e i ragazzi dei più piccoli e poveri paesi del centro Sardegna sono sotto attacco come i loro coetanei delle periferie delle grandi città. Perché ci si interroga tanto su quelli e non su questi?

La tragedia di Manuel Careddu e dei suoi carnefici deve segnare una svolta. La Chiesa e le comunità hanno dimostrato di volersene far carico. Si tratta di trovare i modi giusti, come saggiamente ha detto mons. Miglio. Chi se ne deve occupare? Così come le famiglie da sole non sono in grado di farlo, non potranno riuscirci neppure i parroci più volenterosi, né gli amministratori locali più lungimiranti. Oggi si fa un grande uso del termine ‘task force’ per indicare la necessità che su gravi problemi d’ordine ambientale, criminale, economico intervengano più soggetti con diverse competenze.

Perché non porsi finalmente il problema che anche su una questione di enorme portata sociale come questa si metta in campo una strategia comune capace di aiutare famiglie, insegnanti, uomini di chiesa e operatori sociali ad intervenire correttamente? Se non lo faremo, non solo si correrà il rischio, come ha detto mons. Morfino, di piangere ancora, di “seppellire altri figli”, ma di avere la pesante responsabilità di abbandonare a se stessa un’intera generazione che andrà perduta.

Ottavio Olita