La discriminazione ha il volto di una giovane mamma

Tiziana Putzolu, Consigliera regionale di Parità: “Scegliere se avere un figlio o lavorare è diventato, in fondo, il dilemma di molte giovani donne”

La discriminazione ha il volto di una giovane mamma. È racchiusa nel mistero della maternità la forma più grave e inaccettabile della disparità tra uomo e donna. Mettere al mondo un figlio e generare la vita significa emarginazione. Il fatto più naturale è causa di esclusione sociale. Sembra impossibile nel 2017, ma è così. La denuncia è di Tiziana Putzolu da qualche mese Consigliera regionale di parità, incarico svolto per cinque anni nel nostro territorio del Medio Campidano.

Lei è in carica da poco più di un mese. Può fare un primo bilancio?
Dopo poco più di un mese di attività dall’avvio del mio incarico sono pervenute all’Ufficio oltre venti richieste aiuto da altrettante donne, che lamentavano di aver subito una discriminazione di genere sul lavoro. Un numero superiore alle previsioni ed alla media maturata dall’Ufficio negli anni precedenti e decisamente allarmante. Ci aspettavamo di doverci impegnare, almeno in questi primi mesi e nel pieno dell’estate, per la visibilità del ruolo e dei compiti della Consigliera di parità, nella comunicazione istituzionale, nel mettere a punto un piano di attività per il prossimo anno ed invece ci arrivano quotidianamente richieste di intervento che non danno tregua.
Quali sono le principali forme di discriminazione subite in ragione del genere, in Sardegna?
Con maggior frequenza le discriminazioni di genere sul lavoro sono conseguenza di una maternità, recente o in corso. Poi ci sono quelle legate alla carriera, ai premi, agli incentivi, ai dinieghi di aspettative, di part-time all’interno di un mercato del lavoro innegabilmente complicato, che presenta ancora alti tassi di inattività delle donne (il 48% in Sardegna contro il 32% in Emilia Romagna nel 2016) ed un elevato livello di disoccupazione (il 17,8% in Sardegna contro l’8% in Emilia Romagna nel 2016). Sono sempre casi difficili, perché le discriminazioni di genere sono spesso ben architettate, a volte sfrontate, oppure sono annidate dentro i mille risvolti dei rapporti di lavoro, soprattutto di quelli precari. Aggiungo che se la discriminazione ha un volto, è quello di una giovane donna con il labbro contratto mentre ti racconta i fatti che le sono accaduti e che alla fine del colloquio, quando il viso si bagna di lacrime, si scusa per quella debolezza, racchiusa nel mistero della maternità. Una situazione che francamente è insopportabile.
In quale modo la Consigliera di parità promuove in Sardegna le pari opportunità?
Cosa si può fare? È necessario chiedersi prima di tutto cosa ognuno può fare, ognuno di noi, perché solo una società che consideri collettivamente odiosa la pratica delle discriminazioni di genere può sconfiggere il fenomeno. Non si può abbassare la guardia e bisogna riaffermare ogni giorno che una società nella quale le donne studiano e lavorano è una società migliore, sotto ogni punto di vista. È più dinamica, più aperta, più ricca, anche perché le donne hanno una elevata propensione al consumo, alla partecipazione culturale. Sono più soddisfatte della propria vita. Il problema non è solamente legato agli aiuti, ai sostegni o alla diffusione di strutture come i nidi a basso costo, che rimane comunque un problema nelle città, il tema è e rimane ancora di carattere diffusamente culturale. È assolutamente indispensabile che la nostra società non dia per scontato il valore sociale ed economico del lavoro delle donne. Sono i fatti ed i dati statistici forniti dall’ISTAT che ci dicono che le donne, oggi, sono molto spesso di fronte alla scelta tra figli e maternità. Quei numeri raccontano che a seguito della maternità si abbassa il loro reddito fino al 35% rispetto agli uomini. È in aumento in tutto il Paese ed in Sardegna il fenomeno delle dimissioni volontarie dal lavoro a causa della maternità.

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 13, pag. 15.

A.M.