Vertenza latte. È ora di cambiare rotta

I numeri del comparto ovi-caprino in Sardegna spiegano le ragioni della protesta. Ogni anno nell’isola si producono oltre 3 milioni di quintali di latte

Le imponenti proteste dei pastori sardi nelle ultime due settimane hanno riacceso i riflettori sul comparto ovicaprino, il più importante dell’intero settore zootecnico nella Sardegna contemporanea per numero di capi e di imprese attive. L’isola, con una concentrazione di oltre 3 milioni di capi, pari al 45% di quelli presenti nell’intero territorio dello Stato italiano (Istat, 2017), è infatti la terza regione in Europa – dopo quella orientale turca e l’Extremadura in Spagna– per consistenza del patrimonio ovino (elaborazione SSEO su dati Eurostat, 2016).

Secondo la banca dati dell’anagrafe zootecnica costituita presso il Ministero della Salute, la maggior parte delle aziende e degli ovini allevati in Sardegna si trova nelle province di Nuoro e di Sassari e, in percentuale leggermente minore, in quelle di Cagliari e di Oristano. Nella provincia di Nuoro si registrano il 32,6% delle aziende (3.931 unità) e il 31,2% dei capi (947.453 unità); a Sassari il 29,52% di aziende (3.560 unità) e il 31,05% di capi (942.894 unità); a Cagliari il 22,48% delle aziende (2.711 unità) e il 22,82% di capi (692.918 unità); a Oristano il 15,39% di aziende (1.856 unità) e il 14,93% di capi (453.501 unità). Il 54% delle pecore si trova in attività di dimensione inferiore ai 300 capi.

Le imprese con meno di 300 ovini risultano essere il 75% di quelle insediate. Le aziende con più di 500 capi rappresentano invece il12% di quelle complessive, ma le stesse detengono ben il 35% del patrimonio sardo (Laore, 2012). La quasi totalità degli ovini presenti nelle 12.058 aziende isolane (banca dati anagrafe zootecnica, 2016)è di razza sarda. Si tratta di ovini con caratteristiche marcate per rusticità e mantello. Negli ultimi anni sono state introdotte anche altre razze ovine, quali la francese Lacaune e l’israeliana Assaf. La pecora in Sardegna è allevata prevalentemente per la sua produzione di latte, che può variare dai 150 ai 250 chilogrammi per ogni lattazione (quest’ultima ha una durata media di circa 6/8 mesi). Nel tempo il latte sardo è notevolmente cresciuto in qualità, tanto da essere considerato uno dei migliori al mondo.

Ogni anno nell’isola si producono oltre 3 milioni di quintali di latte da pascoli pregiati e, delle 12.058 imprese ovine sarde, ben 10.093 aziende conferiscono il latte per la produzione di Pecorino Romano. Questo formaggio rappresenta l’81,54% dei pecorini con denominazione di origine protetta prodotti nello Stato italiano e il 52% di quelli dell’Unione Europea. Nel vecchio continente la restante quota è occupata dal Roquefort francese per il 28% e dal Manchego spagnolo per il 20% (Migheli, 2019). In Sardegna operano 210 stabilimenti per la trasformazione del latte (Laore, 2016), di cui 16 industrie private e 12 cooperative di allevatori che producono il Pecorino Romano.

Quest’anno la Cooperativa Allevatori Ovini di Siamanna remunera un litro di latte ovino a 70 centesimi di euro (iva inclusa). Un prezzo superiore rispetto alla media di 65 centesimi garantiti dalle altre imprese di trasformazione dell’isola, ma ben al di sotto degli 88 centesimi offerti nella passata stagione dalla stessa Cooperativa. Una contrazione dovuta in parte alla grande volatilità del prezzo del Pecorino Romano sui mercati internazionali, dove si è passati dai 9,39 euro al chilogrammo del maggio del 2015 (con il latte pagato a 1,20 euro al litro) ai 5,59 euro al chilogrammo del febbraio 2019. Questo formaggio, con 340.000 quintali di produzione dello scorso anno, rappresenta il 60% di tutti i pecorini prodotti. Una quantità talmente importante da condizionare il prezzo del latte ovino e dei suoi derivati.

Al basso prezzo corrisposto ai pastori si aggiunge il dato sul costo di produzione. Un recente rapporto dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) ha calcolato il costo medio di produzione del latte ovino, quantificandolo in 1,12 euro a litro. Il costo, che si intende al netto di premi e di contributi comunitari, risulta ancora più elevato nelle aziende medio-piccole (quelle fino a 384 capi): in quel caso il costo di produzione può arrivare fino a 1,43 euro a litro. Numeri che mettono in evidenza i motivi di fondo della protesta e la necessità improrogabile di un cambio di rotta.

Davide Corriga

Tutti gli articoli sulla vertenza latte su Nuovo Cammino n. 4.