Droga, ritorna l’eroina

Occorre una nuova presa di coscienza

Nella lotta alle dipendenze è la comunità tutta che deve essere coinvolta per realizzare un vero cambiamento di stile di vita che metta al centro la persona, l’essere e non l’avere

Il primo dicembre Papa Francesco riceveva in udienza i partecipanti alla conferenza internazionale su droghe e dipendenza svoltasi a Roma su iniziativa del Dicastero della Santa Sede per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Diceva il Papa: “Non servono politiche isolate, è un problema umano, sociale; tutto deve essere collegato”. La globalizzazione delle dipendenze è un dato di fatto; alcune droghe come la marijuana possono essere coltivate ovunque (alcuni pastori sardi ieri erano incalliti nel banditismo e nei sequestri, oggi sono diventati coltivatori di marijuana). Come anche le metanfetamine sono sintetizzate ovunque.

L’Olanda, in cui tante droghe erano e sono libere ora è il regno mondiale dell’ecstasy, piena di laboratori di nuove droghe con sostanze psicoattive in continua riformulazione, che inondano l’Europa e non solo. Ora poi si ritorna all’eroina, al buco ed è un ritorno drammatico: il basso prezzo la rende accessibile ai minori, agli adolescenti. L’uso delle droghe si accompagna ai comportamenti di dipendenza che vanno dalla ludopatia all’uso ossessivo della pornografia della rete, ossessioni comportamentali e altre forme di dipendenza.

Le dipendenze non si fermano dinanzi a niente: siamo dinanzi a trasformazioni – dicono gli scienziati – che le droghe sono in grado di provocare, sono mutazioni ereditarie. In Italia le statistiche dicono che il 6% dei nati conserva le tracce dell’uso di sostanze da parte delle mamme gestanti. D’altra parte c’è l’amara esperienza di noi che abbiamo comunità terapeutiche: abbiamo avuto come ospiti terapeutici i padri, oggi abbiamo i loro figli. Oggi siamo di fronte alla rottura dell’argine, se mai c’è stato un argine.

Muoiono i reduci, i vecchi eroinomani, ma muoiono anche i ragazzini, gli adolescenti. Non hanno memoria storica, non hanno idea della devastazione degli anni Ottanta e Novanta. Eppure c’è un rischio in più: gli oppioidi sintetici sono da cento a duecento volte più potenti dell’eroina. C’è una nuova geopolitica dell’eroina che rischia di abbattere una generazione: la rotta balcanica, i turchi, gli albanesi, i turchi della Germania, gli accordi con i gruppi della camorra, con la criminalità pugliese, con le mafie, i nigeriani, i marocchini.

La produzione di oppio è aumentata di oltre il 30%: 450 tonnellate di eroina. La polizia sa, interviene, ne ritira un rivolo, ma non riesce a bloccare il fiume di droga che invade. Negli Stati Uniti gli oppioidi venduti come analgesici hanno creato una base di dipendenza che sta provocando la più vasta epidemia di eroina: 40 mila morti all’anno. Oggi ci sono sostanze che sono 250 volte più potenti della morfina: tagliare l’eroina con oppioidi sintetici moltiplica i guadagni dei trafficanti, ma moltiplica il rischio di morte.

Anche le comunità terapeutiche hanno perso il loro ruolo di sentinelle, di cura. In Sardegna, da un budget per le tossicodipendenze di 15 milioni di euro per coprire i posti accreditati, si è concesso prima 10 milioni di euro per arrivare oggi a poco più di 6 milioni. Non c’è vera prevenzione, non c’è cura, non ci sono piani di reinserimento lavorativo e sociale. Questo è stato il fallimento: un problema di bilancio? È che si è abbassata la guardia.

Abbiamo detto subito all’inizio che la reazione al dramma delle dipendenze non è individuale, ma collettiva. È la società tutta, la comunità (famiglia, scuola, società civile) che deve essere coinvolta. È un cambiamento culturale, un cambiamento di vita, un cambiamento di scelte e di valori. Questa società si è drogata di consumismo, di individualismo esasperato, di immagine. Ha spento l’essere per l’apparire. Le sirene hanno potuto spiegare il loro canto e ammaliare. Penso al ruolo che avrebbe potuto svolgere la Chiesa con l’educazione alle famiglie, ai piccoli e adolescenti, ai giovani. Sono mancate le scelte di vita: il sacrificio, il lavoro, lo studio, il valore alto. Questa era la prima prevenzione.

Ancora una volta i genitori sono disperati. Difficile è oggi prevenire. Le dighe in famiglia, a scuola, nella società sono tutte crollate. Certo la prevenzione non è proibire, ma educare alle scelte giuste, ad uno stile di vita che metta al centro la persona, l’essere, non l’avere, il consumo, l’abuso. La libertà del minore, ma anche di chi non lo è più, certamente è un valore, ma alla libertà bisogna essere educati, la libertà delle scelte giuste sia nel comportamento in famiglia ma anche a scuola, nelle relazioni con gli altri, nell’uso delle cose.

Serd e comunità terapeutiche certamente possono fare molto nella prevenzione e nella cura, ma non certo ostacolandosi a vicenda, ma non è solo problema di budget. È un problema di alta professionalità e di dare la possibilità a questa alta professionalità e qualità di cura anche di operare nella riabilitazione, nell’inclusione lavorativa, nel reinserimento familiare e sociale. Noi abbiamo bisogno di uno sguardo globale al problema delle dipendenze, uno sguardo nuovo che incida nella società e la trasformi.

È un problema sociale e umano: tutto deve essere collegato. È un problema che riguarda non solo chi fa uso di sostanze, non riguarda solo la famiglia o i Serd e le comunità terapeutiche, ma riguarda la società tutta, l’intera collettività. E per quanto ci riguarda più da vicino: famiglia, scuola, Chiesa.

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 6.